PASSIONE
FUORISTRADA
A
SPASSO PER IL DESERTO DELLA TUNISIA
Desert Women School
Tunisia, Novembre ’06
Un
gruppo di motocicliste nel deserto
per una vacanza-corso di 7 giorni
A
Douz, avamposto sul deserto dal quale partirà
la nostra avventura, ci scopriamo un gruppo molto eterogeneo,
sia per “background motociclistico” che per la
motivazione al viaggio.
Veronica, mamma 35enne, dopo qualche mese
di pratica con una BMW Scarver decide di regalarsi questo
viaggio per il compleanno. Insieme a me è l’unica
con nessuna esperienza di fuoristrada e, con il suo metro
e sessanta di altezza, è una delle “puffette”
del gruppo.
Silvia, 35 anni, possiede un’XT e ha
un sogno: attraversare tutta l’Africa percorrendone
le piste. Approda in Tunisia con alle spalle un paio di giorni
di corso di enduro, fatto qualche settimana prima alla scuola
di Enrica Perego.
Cinzia, 32 anni, è alla sua seconda
esperienza nel deserto: la prima sono stati 9 giorni sulle
piste delle Libia… in bicicletta! Anche lei ha alle
spalle un paio di giorni di enduro, ed è tostissima.
Laura, la meno giovane del gruppo (ma non
lo dimostra!), è la seconda puffetta. Ha una motivazione
e una forza di volontà incredibili, nulla è
in grado di fermarla.
Io (Anna), 35 anni, guido moto da strada
e supermotard, ma sempre rigorosamente su asfalto. Lo sterrato
mi terrorizza(va), il semplice attraversamento di un paddock
in terra battuta rappresenta(va) un serio problema. Per me
questa vacanza è una sfida!
Lo staff è composto da Enrica Perego,
la nostra maestra, per 3 volte campionessa italiana motorally.
Ha una passione infinita per il deserto e una vitalità
contagiosa. Oltre alle nozioni tecniche sulla guida fuoristrada,
ci ha trasmesso il suo entusiasmo per la terra meravigliosa
che ci ha ospitate, per i suoi abitanti e cultura, che non
è poi così distante dalla nostra…
Stefano, assistente di Enrica, è endurista
da anni ma alla sua prima esperienza nel deserto. Serena
non guida la moto, ha deciso di accompagnarci viaggiando nel
pick up. E’ stata subito nominata fotografa e cameraman
del gruppo.
Completano lo staff Abdelati e Amor,
rispettivamente guida e guidatore del mezzo di supporto. Il
loro aiuto e sostegno è stato indispensabile per la
buona riuscita del viaggio.
L’avventura
Il primo impatto con le nostre moto, Beta 400 e 525, non è
dei più semplici, soprattutto per le ragazze più
piccole. Le moto da enduro sono piuttosto alte, ma questa
caratteristica si rivela subito irrilevante, dal momento che
pesano poco (intorno ai 110 kg) e possono essere tenute in
piedi con un dito.
Oltre a questo, la guida sullo sterrato prevede che i piedi
stiano prevalentemente sulle pedane.
Il primo momento di smarrimento viene quindi brillantemente
superato con l’utilizzo di qualche gradino per aiutarsi
in fase di partenza e di sosta.
E veniamo alla sabbia… La prima lezione si svolge nel
Cammellodromo, una vera e propria arena,
con tanto di tribune, in cui si svolgono le corse dei Cammelli
(che poi sono Dromedari, se proprio vogliamo essere precisi).
Dopo qualche giro in tondo per apprendere la posizione in
sella, ci dirigiamo verso le prime dune.
La sabbia è finissima e ha la consistenza del borotalco.
Il paesaggio è affascinante, ma non è che un
piccolo assaggio di ciò che vedremo nel corso del viaggio.
Alla lezione teorica su come sono strutturate le dune e sulle
tecniche di scavalcamento in moto seguono i nostri primi tentativi,
conditi dai tuffi e dagli insabbiamenti del caso.
Ho ancora chiaro il ricordo della “mia prima duna”,
e della soddisfazione provata...
Nel
pomeriggio affrontiamo la prima pista, circa 40km di sterrato
da Douz al Cafè du Desert.
Il fondo non è uniforme, ci sono tratti in terra battuta,
terra battuta con sassi e terra ricoperta da sabbia morbidissima,
sulla quale la moto scoda continuamente e ogni tanto perde
anche l’anteriore, giusto per complicarne ulteriormente
la gestione.
E’ proprio su questo genere di fondo che il motto dei
motociclisti smanettoni trova la sua applicazione ideale:
“se sei incerto tieni aperto” qui funziona alla
perfezione! Quando la moto pare un cavallo imbizzarrito, la
gomma posteriore ondeggia e l’anteriore va dove vuole,
aprire il gas in maniera decisa ti tira fuori da ogni impiccio.
Il
secondo giorno Enrica decide che siamo in grado di affrontare
un percorso più impegnativo. E’ così che
ci dirigiamo verso il parco di Jebil, attraverso
una pista completamente insabbiata.
Dopo qualche attimo di smarrimento e qualche “gas! gaaaas!”
di incitamento, riusciamo a prendere confidenza con l’andatura
ondivaga della moto. In fondo il deserto ha grandissime vie
di fuga, e qualche escursione non prevista sulle dune circostanti
non crea grossi problemi.
La pista insabbiata sfocia finalmente in un tratto pianeggiante,
formato da terra battuta, qualche sasso e molti piccoli cespugli,
da evitare accuratamente perché, pur essendo bassi,
hanno radici durissime che funzionano come piccoli trampolini.
“Non saltate sui cespugli” è la regola
semplice ed efficace, fino a quando la moto non decide di
partire per la tangente e puntarne uno con decisione…
All’ora di pranzo riusciamo ad arrivare al Cafè
du Parc: è già il secondo punto di
ristoro che incontriamo apparentemente in mezzo al nulla.
In realtà queste piste sono piuttosto battute, e i
ragazzi del luogo riescono a percorrerle tranquillamente con
le loro “mobilettes”, motorini molto simili ai
nostri Ciao, tutti sgarrupati e con gomme assolutamente lisce!
Penso che se uno qualsiasi di loro avesse in mano un mezzo
più adatto diventerebbe sicuramente un pilota di vertice…
Io non riuscirei a fare neanche un metro in quelle condizioni,
per giunta senza casco, in ciabatte, jeans e maniche corte.
Onore al merito!
Al rientro costeggiamo le dune di El Fauard e, complice la
stanchezza, rallentiamo decisamente il passo. Questo ritardo
ci permette di assistere ad uno spettacolo veramente unico:
il tramonto su un deserto di dune bianche, che diventano poco
a poco arancione, poi rosa, e via via sempre più scure.
Torniamo in albergo con il buio… Fortunatamente le moto
da enduro sono dotate di fari.
Il
terzo giorno decidiamo di affrontare un percorso più
riposante, in vista della due giorni di full immersion che
ci aspetta. Dopo una breve escursione al mercatino berbero
di Douz, partiamo alla volta del Chott El Gerid,
un’enorme distesa di sabbia e sale, che si trova sotto
il livello del mare.
Anche un ambiente di questo genere può svelare paesaggi
sorprendenti, piccole oasi e laghetti che sembrano comparire
dal nulla. Lungi dall’essere un miraggio, uno dei laghetti
in questione ci offre l’occasione per sperimentare il
primo lavoro di squadra della vacanza: tirare fuori il pick
up affondato nell’acqua e fango fino al pianale. Scavando
e spingendo si risolve tutto… basta avere un po’
di pazienza, come ci spiegano le nostre guide per nulla preoccupate.
Nel
pomeriggio visitiamo la Valle delle Rose,
dove nascono le pietruzze a forma di rosa che si trovano in
quasi tutti i mercatini del luogo. Certo che raccoglierle
di persona, appoggiate in cima alle dune, è tutta un’altra
cosa!
Il
venerdì, dopo 3 giorni vissuti intensamente nei dintorni
di Douz, partiamo alla volta di Ksar Ghilane e Tataouine.
Il pick up, carico di sacchi a pelo, tende, viveri, pentole
e taniche di benzina, pare pronto per un viaggio sulla Luna…
La prima parte del percorso è già nota, e riusciamo
a percorrerla ad un ritmo decisamente più veloce rispetto
a qualche giorno prima. Pausa pranzo al Caffè du Parc
e via verso El Mida.
Sappiamo di dover sorpassare una serie di cordoni di dune
ma, non sapendo di cosa si tratti, siamo tutte abbastanza
tranquille.
Ad un certo punto il deserto piatto con terriccio-sassi-cespugli
inizia a mostrare qualche duna… Si possono scansare
o ci si può saltare sopra, sono piccole. Le minidune
diventano ben presto delle dune vere e proprie, sempre più
fitte… Fino a quando ci ritroviamo, senza nessun preavviso,
alla base di una vera e propria catena montuosa, composta
da dune arrampicate le une sulle altre. Con spirito impavido
ci lanciamo tutte insieme alla conquista del primo salitone…
E qui iniziano i guai. Dopo qualche minuto siamo tutte ferme:
chi insabbiata, chi per terra, chi ferma alla quasi sommità
della duna di turno (che è la cosa peggiore, perché
bisogna anche tornare indietro e risalire).
I nostri accompagnatori, con pazienza, cercano di darci le
indicazioni per risalire la china: non si fanno le diagonali
(non stiamo sciando, anche se la sensazione assomiglia molto
a quella che si prova in neve fresca), bisogna aprire il gas
in salita e fermarsi in cima alla duna, con la ruota anteriore
già in discesa altrimenti ci si insabbia. Detto così
sembra facile, ma posso assicurarvi che è stata durissima!
Rialzare la moto da terra la prima volta è relativamente
agevole, ma alla decima le agili Beta si trasformano in mastodontiche
Goldwing… In questi casi il gioco di squadra diventa
fondamentale!
Poco
prima del tramonto, dopo aver superato altri due cordoni,
decidiamo di accamparci per la notte.
Il luogo scelto è una distesa di dune di piccola dimensione,
un paesaggio da cartolina, nella piana di El Mida. Piantiamo
le tende e iniziamo a cucinare spaghetti & cous cous.
La serata si svolge intorno al falò: Amor cerca di
insegnarci qualche canto arabo (!) e, complice qualche bottiglia
di vino rosso, intoniamo anche qualche parola.
Quando cala il buio, il cielo inizia a dare spettacolo: una
stellata così non l’avevo mai vista neanche in
alta montagna, con la Via Lattea e stelle cadenti a profusione!
Il silenzio poi è impressionante.
Il
mattino dopo ci svegliamo all’alba e ci prepariamo ad
affrontare la via direttissima per Ksar Ghilane, altri due
cordoni di dune.
Il primo viene superato quasi agevolmente, ma sull’ultimo
il gruppo si arena.
La totale assenza di piste segnate da altri e la nostra inesperienza
nell’individuare i passaggi fa sì che, dopo qualche
metro, siamo tutte disperse su direttrici diverse.
Enrica e Abdelati decidono di non farci proseguire, soprattutto
per timore di perderci.
Ritorniamo quindi indietro, percorrendo a ritroso tutti i
cordoni faticosamente sorpassati all’andata e con l’aiuto
di un gruppo di quaddisti incontrati lungo il percorso.
Nel
tardo pomeriggio arriviamo finalmente a Ksar Ghilane,
un’oasi con un laghetto di acqua termale al centro,
nel quale è possibile fare il bagno. Un altro gioiellino
incastonato nel deserto!
Breve e sosta e ripartiamo alla volta di Tataouine: dobbiamo
ancora percorrere parecchi km di pista, con l’incognita
del buio.
Cullati dalla notte facciamo quindi conoscenza con il “tulé
ondulé”, una sequenza di ondine perpendicolari
alla pista veramente fastidiose: la sensazione è circa
quella di guidare su un pavé particolarmente sconnesso
con uno scooter senza ammortizzatori… per 100 km!
La stanchezza inizia a farsi sentire, ma il gruppo trova comunque
il modo di rendere meno noioso il percorso, improvvisando
piccole garette di accelerazione, in sicurezza e dietro al
pick up.
Verso l’ora di cena, dopo 12 ore sulla moto e 240 km
di fuoristrada arriviamo finalmente a Tataouine…
E’ l’ultimo giorno in moto e ce lo siamo goduto
fino in fondo!
Tornare in albergo dopo aver passato una notte sotto le stelle
non è piacevole, ma non abbiamo la forza di accamparci
nelle aiuole.
L’ultimo
giorno, dopo una visita agli Ksar dei dintorni, carichiamo
le moto sul furgone e salutiamo Enrica e Stefano, che rientreranno
in nave.
Noi ci dirigiamo verso Djerba, con il deserto nel cuore e
il mal d’Africa incombente…
Anna
Prossimo
appuntamento
Marocco 100% femminile
dal 22 al 29 maggio 2007
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