VOGLIA
DI FUORISTRADA
"Se
sei incerto, tieni aperto" queste parole riecheggiano
nella mia mente stremata.
La prima cosa che percepisco è il dolore alla
caviglia sinistra...e questo è male. Ho la
testa a valle... e questo è male. Alzo una
mano guantata cercando di spostare la moto dalla mia
gamba, il guanto è marrone, colore del fango.
La ruota anteriore sporge nel vuoto... e questo è
male. Realizzo che quel rumore fastidioso è
quello del motore che è rimasto in funzione...
e questo è bene. " Ti sei fatta male?"
e come per incanto la mia gamba è libera. Una
manciata di secondi e sono nuovamente rimessa in piedi
da Silvano, in posizione "arrampicata" su
una moto che è un trampolino, pronta per il
lancio. "Devi crederci, apri regolare ma senza
incertezze e guarda avanti che la moto segue il tuo
sguardo".
Il
giorno prima, al campo pratica di Arnasco.
Siamo rimaste d'accordo di chiamare appena arrivati.
Dalla piazza del municipio si domina la valle, vediamo
un furgone bianco sfrecciare tra i tornanti, poco
dopo eccolo nel piazzale antistante l'albergo, adesivi
"peregorally.it" colorano
le sue portiere.
Un saluto e subito aiutiamo Enrica Perego
a scaricare l'attrezzatura e le moto. Il parcheggio
dell'hotel si trova due terrazze sotto, raggiungibili
tramite una viuzza stretta tutta tornanti, lei mi
dice di portare quella che sarà la mia moto
per i prossimi due giorni di sotto... e mi sorride.
Capisco al volo che questo corso non sarà una
passeggiata.
Il primo scoglio è proprio la moto. Siamo in
cinque allieve e nessuna riesce a toccare. Ci abbassano
le forcelle quel tanto per darci un minimo di sicurezza
psicologica in più. Arrivo a malapena a toccare
in punta di piedi con una gamba, l'altra è
letteralmente sospesa sulla sella. Il problema è
più che altro mentale. Sapere che non si riesce
a toccare ti fa sentire insicura e ti dimentichi persino
che quando poi sei in movimento l'altezza non conta
più.
Il secondo scoglio è l'accensione. In due giorni
non sono mai, mai, mai riuscita ad accendere la mia
XR 400. Mentre scrivo osservo la mia caviglia sinistra,
è gonfia e bluastra. Tra cadute e tentativi
di accensione, oggi mi ritrovo zoppicante.
E' frustrante, è umiliante, è psicologicamente
massacrante il pensiero che se cadi, perché
cadi e di questo puoi starne pur certa, dopo aver
faticato, imprecato, sudato, fallito e finalmente,
dopo che lei ti è scivolata più e più
volte tra le mani perchè la pendenza è
tale che la forza di gravità vince contro la
tua forza fisica, ecco che incredibilmente riesci
a sollevarla da terra.. ma ciò non cambia il
risultato perchè comunque tu non riesci ad
accenderla, nemmeno a strappo. E tutto ciò
è male.
Il
corso si divide in due parti: teoria e nozioni di
base il sabato, giro con il resto del gruppo la domenica.
La mattinata del sabato scorre veloce: la Perego inizia
con il parlarci del rapporto che noi del gentil sesso
abbiamo con la moto. Finalmente trovo una donna che
ci parla francamente delle nostre difficoltà,
date dall'inferiore forza fisica ma soprattutto dal
nostro modo di ragionare. Ci suggerisce piccoli trucchi
per spostare la moto, per non averne timore, per rialzarla
da terra, per girarla e sistemarla sia in discesa
che in salita. Sa che l'altezza di queste moto è
un problema, perciò la prima cosa da fare in
caso di fermata è cercare un punto d'appoggio
solido, che può essere un sasso, un cespuglio
sporgente, un pezzo di terreno... Poi passa alla posizione
da tenere una volta salite in sella. Sono le pedane,
sempre loro, le protagoniste e le nostre gambe. La
moto va tenuta ben salda, stretta tra le ginocchia,
in
posizione eretta, i piedi a metà pedana. Non
dobbiamo ciondolare, ma essere energiche e decise.
Le braccia larghe, pronte ad attutire qualsiasi colpo.
Ci fa salire, ci fa correggere tra noi e quando è
sicura che abbiamo capito iniziamo a girare per il
pistino, prima titubanti, via via più sicure.
Ad ogni giro ci ferma, ci corregge la posizione e
via di nuovo. Poi viene il momento della frenata da
seduti, uso del freno posteriore, corpo verso l'esterno,
moto verso l'interno. Sono fresca da un corso in pista,
devo cercare di concentrarmi con le posizioni, anche
se la concezione di queste moto è talmente
diversa che è quasi impossibile confondere
i due stili di guida. Passiamo quindi nella parte
fangosa del pistino ed iniziamo a divertirci tutte
quante.
Il pomeriggio proseguiamo verso la parte traumatica
del corso. Ci aspetta una salita di circa cinquanta
metri, spezzata da due piani , scavata nel terreno,
piena di sassi. In cima una curva stretta e quindi
la discesa.
Prima la percorriamo a piedi, lei ci spiega i vari
passaggi, come dosare e dove usare l'accelleratore,
la traiettoria, la curva... impiegheremo quattro ore
per completare l'intero anello e siamo solo in otto.
Si cade, si cade, si cade.
Il Polpo e Silvano raccolgono noi, le moto, ci riportano
in un punto meno critico e ricominciamo da capo il
percorso. Per ben due volte la moto mi piomba con
tutto il suo peso sulla caviglia. E questo è
male.
Ma... ma... è come quando un leggero venticello
smuove le tende, si crea un passaggio ed un refolo
d'aria ti raggiunge, un piccolo brivido ed una gradevole
sensazione di fresco accarezza il tuo corpo; puoi
scegliere se rigirarti e coprirti o alzarti e aprire
le tende per cambiare l'aria.
Ho capito che l'enduro è solidarietà.
Si viaggia sempre in gruppo e non solo per il piacere
dell'amicizia, ma perchè è pericoloso.
Sia noi che le moto siamo sottoposti a tali sollecitazioni
che tutto può succedere. La domenica gireremo
in due gruppi: i principianti e i navigati. E mentre
la Peggy fa il percorso, dietro troviamo sempre qualcuno
ad ogni tornante che ci indica la traiettoria, sempre
due braccia pronte a sollevarci in caso di caduta,
sempre qualcuno ai bivi che aspetta perchè
nessuno si perda, e quando pensi di essere rimasta
sola, quando ti deconcentri e la tua guida diventa
incerta e poco convinta e per questo pericolosa, appare
al tuo fianco qualcuno che ti fa strada. Un giorno
tra i boschi e tanti elfi al
nostro fianco.
Qui la moto la devi proprio guidare, devi sempre guardare
oltre e dirti che ce la fai altrimenti sei a terra.
E la sera queste immense tavolate, si parla di cadute,
incidenti, riparazioni in mezzo a mulattiere, di moto
che saltano il fosso e che ci sono volute quattro
persone per riportarle in strada, di due e quattro
tempi, e si parla soprattutto dell'Africa, del deserto,
del silenzio, delle mulattiere, delle motocavalcate,
del rally di Sardegna, delle Endurose...
E poi arriva la domenica pomeriggio. Nel momento stesso
in cui scendo per l'ultima volta dalla moto quel mal
di testa che mi aveva afflitto in questi due giorni
scompare. Era la concentrazione, la tensione, la paura,
la gioia, l'eccitazione, lo smarrimento, lo stupore
che potesse essere così , il brivido delle
salite e delle discese, dei sentieri che non sono
mai uguali a se stessi.
Siamo
in una macchinina in mezzo ad un serpentone senza
capo nè coda, che da Albenga porta a Milano,
tra le auto moto stradali zigzagano rientrando dal
fine settimana. Io faccio parte di questi motociclisti
e se l'anno scorso a Varano non avessi fatto il corso
di fuoristrada non avrei mai nemmeno sentito il leggero
venticello spirare tra le tende... e non avrei mai
nemmeno immaginato la possibilità di aprire
la finestra.
E in qualsiasi forma essa si presenti, penso che è
bello vivere la moto.
Carla
(nella foto Mary al corso di fuoristrada al Meeting
Europeo Motocicliste)