Il mio primo giro in pista

Serena

Picchiano senza pietà, sul piazzale dell’autodromo di Varano de’ Melegari, almeno 40°.

E’ la prima volta che sono in un autodromo non come spettatrice ma come pilota. La tuta nera e rossa della Ducati è un involucro da sauna, una tortura degna di un centro dimagrimento. Ma sono in buona compagnia: siamo quasi 200, tutte ragazze motocicliste, venute da tutta Italia, ognuna chiusa nella sua sauna personale, ognuna a cavalcioni di un motore rovente. Sono le 2 del pomeriggio, e stanno per iniziare le prove libere in pista. Alcune sono già brave, hanno girato parecchie volte, hanno la tuta vissuta, le saponette limate e l’aria sicura. Altre hanno provato solo qualche volta, e c’è un folto gruppo che è alla prima esperienza in assoluto, come me. Siamo state divise in tre gruppi, appunto, e a me tocca il terzo turno, poi il nono. Il primo rito d’obbligo è stato firmare la liberatoria per l’entrata in pista, ok - faccio mente locale - l’ho fatto, poi c’è stato il briefing sulla condotta in pista - fatto, ho anche preso appunti sulle bandiere - e infine c’è il rito dello sgonfiaggio delle gomme. Si passa ad una ad una di fronte ad uno degli istruttori (mamma che ragazzi meravigliosi… ma ne parlerò man mano) che riducono leggermente la pressione delle gomme. Guardo la gomma posteriore della ragazza di fronte a me: è liscia anche sui bordi. Lei si gira e con un sorrisone, "Serena che bello poter girare in pista!!" mi fa. Io le sorrido come chi sta per fare una cosa che non sa cos’è, un sorriso che viene da un’altra dimensione. E’ una ragazza normale e semplice e minuta, mi dico cercando autorassicurazioni, se le ha le gomme così non deve essere difficile, mi dico. Nel frattempo tocca a me, l’istruttore si inchina (si fa per dire) al mezzo e, con un sorriso che cola sudore, sgonfia e ritappa le gomme. Mi avvio per mettermi in coda per il mio turno, mentre il primo è già pronto nel box per partire. La concentrazione cresce e le ragazze partono. Sono 20 minuti per ogni giro e io lascio un attimo la moto per andare davanti, nel corridioio davanti ai box. Sono talmente seria e determinata che sono lì, con quaranta minuti che mancano alla mia partenza, già vestita di tutto punto con tuta allacciata fino al collo, guanti, sottocasco e casco ben serrato, come si fa con gli scarponi da sci prima di una gara. Ma le prime moto cominciano a sfrecciare e io sono come rapita da una sensazione di brivido intenso: io le conosco tutte quelle saette colorate! Passa l’istruttore ed ecco Paola, poi Laura, Barbara, e Giuliana e Marialaura e Aidi e Sarah e poi tutte le altre che compongono il turno. Le conosco tutte!! Sto lì un pochino come inebetita non so se più dal caldo o dall’emozione, ma fa niente. E mentre mi dico che a quella velocità possono andare solo gli aerei prima del decollo, si avvicina Anna e mi dice che bisogna scaldare le gomme. Ok, anche se non so cosa vuol dire la seguo e andiamo nel piazzale. Ha anche una provvidenziale bottiglia di acqua fresca… Vedo altre ragazze fare degli slalom come tra birilli invisibili, e io faccio altrettanto. Un po’ di qui, un po’ di là, ondeggiando come in una danza latino-americana. Quando Anna si ferma ci avviciniamo al box di partenza, dove il secondo turno è appena partito, e ci mettiamo in coda. Un po’ di ombra mi fa rientrare un pochino di senno: tolgo casco, sottocasco e guanti, slaccio un po’ la tuta, e mi accingo a prestare attenzione all’istruttore. E’ un bel ragazzo con l’aria di chi maneggia la moto come io la manopola della doccia. Vabbé… Spiega ancora il comportamento, le bandiere, che i primi due giri sono di riscaldamento, le regole di sorpasso, ecc. Siamo attentissime. I rombi provenienti dalla pista eccitano e spaventano insieme, ma io mi distraggo un attimo perché passa un istruttore con un viso serio e lo sguardo dolce al tempo stesso, che mi sfodera un sorriso bellissimo, e mentre lo seguo con lo sguardo sento una strana cosa nello stomaco… Improvvisamente sento le mie compagne di giro che accendono i motori e ritorno alla realtà: accendo anch’io, dall’emozione mi parte la mano e do un’accelerata eccessiva! Ooops! Ok, tiro su la lampo, metto sottocasco, casco e guanti e sono prontissima. Ci avviamo in gruppo al semaforo. L’istruttore davanti e tutte dietro. Io sono ultima. Scatta il verde, piano piano ci avviamo fuori dalla scia dei box, e ci immettiamo in pista. Continua un po’ l’ondeggiamento del riscaldamento e si arriva alla prima curva. Poi traiettoria per la seconda, poi piccolo rettilineo- sempre tutti in coda- fino al tornante, poi un curvone a ferro di cavallo a sinistra, poi tornante a destra e rettilineo. Anche se sono l’ultima intravedo l’istruttore che ci controlla, guidando mezzo in piedi, guardando indietro, e con una mano sola, mentre con l’altra fa segno di ok. Io mi concentro e cerco di andare forte. Io non sento più nient’altro che il mio motore, la traiettoria che mi parla e l’asfalto, aderente come Bostik, che corre veloce sotto di me. La prima curva arrivo in seconda, arrivo piano piano. Poi accelero e entro nell’altra, sempre in seconda. Pezzo dritto e ingrano la terza, ma arrivo al tornante lunga e scalo e scalo finché metto addirittura la prima e la moto sbanda un po’… sudore freddo! Devo concentrarmi di più! Mi rimetto d’impegno con gli occhi che sembrano spilli incollati alla pista e comincio a prendere il curvone a sinistra. Piego finché posso, poi c’è il rettilineo e tiro il collo alla motina, fino alla quinta. Poi scalo scalo veloce e riprendo la curva, un po’ più bassa di prima. Non vedo più le altre, né il maestro, ma non importa, saranno da qualche parte. Io sono concentratissima. Poco dopo mi sento una saetta che mi passa e poi un’altra e un’altra… mi stanno doppiando e io sono solo al secondo giro… che lumaca, mi dico! Ma mi concentro sempre di più e cerco di piegare fino al limite delle leggi della fisica. Mi scopro ad arricciare i piedi negli stivali per paura di grattarmi le unghie! Vedo l’asfalto che diventa sempre più inclinato… quasi orizzontale… Altra saetta a fianco, e poi le altre a seguire. Mi ricordo che bisogna mettere fuori il corpo per fare le curve meglio. Così provo, una curva dopo l’altra, a spostare il sedere dalla sella. La tuta non scivola sul sellino, ma almeno posso aprire bene il ginocchio. Bandiera gialla sventolante: bisogna rallentare e non superare. Ok, sento il codone che si forma dietro di me: ma come, a me sembra di andare fortissimo! Mi passa l’istruttore, mi fa segno tutto ok? Sì sì dico io, no problem, sono andata come una spia. Bandiera a scacchi, finiamo il giro e usciamo. Mi fermo sul piazzale con le altre, ho un sorriso plastificato sulla faccia mentre mi tolgo il casco: mi sembra di aver finito uno di quei viaggi nel tempo che si vedono nei film di 007. Sono un tutt’uno con la tuta, col sottocasco, coi guanti. Tutto è incollato a caldo sul corpo. Vado a cercare il mio istruttore: lo trovo attorniato dalle altre e quando finalmente vorrei farlo partecipe della mia bravura mi dice "Sì, ho visto un timido tentativo di sporgerti dalla moto… " Io rimango di stucco, a me sembrava di essere fuori come un balcone! Vabbè, mi fa un bel sorriso e i complimenti, e io me torno alla motina perché voglio vedere l’usura dei bordi delle gomme. Bordi? Usura? Quella dietro ha ancora i pirulini dei pneumatici nuovi… è tutta nuova tranne un corridoio centrale un po’ più usato… Uffa! Ma allora quella ragazza che era davanti a me allo sgonfiaggio deve essere un’aliena! La cerco, ma in mezzo alle tante ragazze non la trovo. Mi dicono poi che è in pista e sta girando. Mi avvicino a Mara, che sta parlando con un istruttore con sorriso bianchissimo e occhi verdoni e lei sembra su un altro pianeta. Vabbé le parlerò dopo, mi dico, eh eh.

Mi rendo conto che sono anch’io su un altro pianeta, in un’altra dimensione, e sto lì un po’ imbambolata tra il rombo dei motori e l’odore di gomme e asfalto che sale bollente. Sto ascoltando una musica tutta mia, fatta di sudore e gioia, di velocità e cordoli tutti sgommati, di soddisfazione e desiderio di girare ancora e girare meglio. Mi sto avviando a prendere dell’acqua, mi rincorre Mara e ci abbracciamo, mentre incrocio di nuovo il viso serio con lo sguardo dolce e i capelli tutti sudati e appiccicati. Come me.

Benvenuta, Serena, al tuo primo giro in pista.