| CODICE
DELLA STRADA NO
al nuovo disegno di legge 1720 sul codice della strada
Dati
e filosofia normativa degli ultimi 25 anni di riforme al codice
della strada
Ma
riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro.
Ovvero agli ultimi 25 anni di normative relative al
Codice della strada. Ricordiamo 4 punti salienti
che hanno interessato motocicli e ciclomotori:
1) 1986
– obbligatorietà dell’uso del casco per
i motociclisti di tutte le età e per i ciclomotoristi
fino ai 18 anni
2) 1998-2000 – proposta e attuazione dell’estensione
dell’obbligo del casco anche ai maggiorenni sul ciclomotore
3) 2003 - patente a punti
4) 2005 - patentino per motorini
Queste
le principali riforme del codice della strada. Come si può
facilmente notare, prima ancora di discuterne la bontà
e l’efficacia, un denominatore comune: tutte,
ai fini del nobile obiettivo di diminuire gli incidenti stradali
e relativi danni, spostano sull’utente l’onere,
economico e normativo. Mentre lo Stato per
lo più si limita a introdurre leggi e a riscuotere
il pagamento delle sanzioni derivanti dalle infrazioni
su quelle stesse norme introdotte.
Veniamo
ora al punto, bontà ed efficacia di queste riforme
relativamente a motocicli e ciclomotori.
Premettiamo intanto che queste leggi scaturiscono spesso da
studi di settore che, nell’analizzare l’andamento
degli incidenti stradali, propongono i suddetti obblighi come
proposte concrete per arginare il fenomeno. Ma queste proposte,
frutto di intrpretazioni dei dati statistici e future previsioni
anche da parte di fonti autorevoli, hanno colto il segno?
Hanno suggerito la strada giusta al legislatore, al di là
delle pur certo ottime intenzioni di partenza? Hanno individuato,
tra le varie cause di incidentalità, quelle più
importanti? I rimedi hanno davvero ottenuto l’esito
sperato, ovvero una sensibile diminuzione di incidenti, di
morti e feriti? Il legislatore ha colto correttamente e non
solo parzialmente (5) gli spunti di analisti ed operatore
del settore? Andiamo a vedere.
Questo
è il grafico relativo al periodo 1991-2007 di morti
(blu) e feriti (rosa) in incidenti stradali per la categoria
“motocicli” (già parametrato al parco circolante).
Elaborazioni su dati Ancma.
Questo
è il grafico relativo al periodo 1991-2007 di morti
(blu) e feriti (rosa) in incidenti stradali per la categoria
“ciclomotori” (già parametrato al parco
circolante). Elaborazioni su dati Ancma.

Curve
che non sempre sembrano poter essere interpretate con precisi
rapporti causa-effetto rispetto alle singole azioni normative.
Ma soprattutto valori che, quando decrescono, lo fanno troppo
poco efficacemente.
Per dare
un’idea di cosa si intenda qui quando si chiamano in
causa “curve in sensibile decrescita”, si porta
a titolo di esempio il grafico dell’indice di mortalità
a causa di incidenti stradali in Germania, sul totale di veicoli
(6).
Passare,
in Germania, da 14 morti ogni 100.000 abitanti nel 1991, a
6 nel 2006, è altra cosa di quanto avvenuto in Italia
(13 morti in incidenti stradali ogni 100.000 abitanti nel
1991 e 9,6 nel 2006).
Qualche
risultato si è ottenuto certamente anche da
noi ma – sia sul fronte degli incidenti
stradali nel suo complesso, sia su quello specifico di motocicli
e ciclomotori – non è tale da poter essere
considerato sufficiente. Il motivo non è
casuale ma risiede nella filosofia ed approccio
normativo che si è adottato: quello di demandare
quasi esclusivamente l’onere della tutela al cittadino,
mentre lo Stato non si è fatto invece motore di iniziative
a proprio carico.
Un’analisi dell’Ania del 2008
denuncia chiaramente: “in Italia, nel periodo 1995-2004,
negli incidenti con motocicli e ciclomotori hanno
perso la vita 12.753 persone, con un aumento annuo
costante, nonostante l’introduzione
del casco per gli adulti (1998) e l’introduzione della
patente a punti (2003)” (7).
E sottolinea “quello che è già noto nella
percezione media: molteplici sono i fattori
che incidono sul rischio stradale, le infrastrutture,
le condizioni atmosferiche, la vulnerabilità
dovuta alle caratteristiche del mezzo”.
Certamente
non si vuol dire che alcune norme non abbiano ottenuto dei
risultati. Di certo l’introduzione del casco obbligatorio,
il patentino per i ciclomotori (anche se su questo provvedimento
bisognerà aspettare ancora qualche anno per poter avere
una serie efficace di dati) aiutano. Semplicemente, da sole,
non sono abbastanza, intaccano appena il problema.
Formazione
dei conducenti e condizioni delle strade
sono in assoluto le questioni primarie, se davvero si vuole
ridurre il numero di incidenti sulla strada, il numero di
morti e feriti. Ed è su questo che uno Stato
realmente responsabile e che abbia a cuore la tutela del cittadino
deve intervenire non delegando ad altri l’onere:
ma investendo direttamente su corsi di formazione e su
una più sicura rete stradale, che tenga conto di tutti
i veicoli circolanti, soprattutto quelli che riportano
un alto numero di morti e feriti in proporzione al circolante.
Se asfalti, segnaletica, struttura e manutenzione delle strade
spesso per un’autovettura possono significare una semplice
frenata imprevista, per una moto o un motorino più
facilmente rappresentano l’immediata perdita di aderenza
e conseguente incidente. Non a caso Confindustria-Ancma
ha invitato la Commissione Trasporti della Camera
dei Deputati a porre l’attenzione su formazione
da un lato (corsi per il patentino, integrazione dei programmi
ministeriali per il conseguimento della patente B) e sul miglioramento
delle infrastrutture stradali rendendole sicure anche per
i motociclisti (8).
Per
tornare alla prossima riforma del codice della strada, come
da disegno di legge 1720 in discussione, denunciamo il
fatto che non vengano previsti importanti finanziamenti su
questi due punti essenziali: miglioramento
delle condizini stradali e formazione dei guidatori.
Mentre, di contro, lo Stato si attrezza
da una parte ad aumentare le sanzioni e dall’altro a
delegare ai cittadini obblighi e provvedimenti per la propria
sicurezza (come quello di acquistare e indossare
paraschiena, protezioni, tuta tecnica, per circolare in strada).
Intendiamoci, che ogni cittadino faccia il possibile per tutelare
la propria incolumità e salute è un bene, certamente.
Ma è il caso di ricordare che in democrazia
il cittadino che delega allo Stato alcune funzioni, tra cui
appunto la propria sicurezza ed incolumità quando queste
dipendono da fattori collettivi e sociali, mentre
è il potere assoluto esercitato in modo inuquo, con
soprusi e malversazioni, a scaricare sempre e solo oneri e
gabelle al popolo.
Per
dare un’idea dell’entità del tema di cui
stiamo parlando, si tenga conto che in Italia ci sono mediamente
circa 600 morti all’anno per criminalità
(criminalità organizzata, lite-rissa, futili motivi,
furto-rapina, famiglia, passioni amorose o altro) mentre sono
circa 5000 i decessi e oltre 300.000 i feriti per incidenti
stradali.
Quando
lo Stato norma in merito al Codice della strada ha l’onere
di provvedere con propri mezzi alla tutela della sicurezza
del cittadino, trattandosi di un tema con elevata incidenza
sulla vita e la salute di tutti, ragione su cui si fonda il
senso stesso dello Stato, che riceve per questo una delega
dal popolo. Delega di oneri che non può quindi rigirare
nuovamente ed esclusivamente al cittadino.
Non
sappiamo l’iter che riceverà questo disegno di
legge, quali e quanti degli articoli ed emendamenti in discussione
passeranno o meno. Quello che vogliamo denunciare
è una filosofia normativa che rintracciamo
in decenni di interventi sul Codice della strada: un approccio
che tende a demandare per lo più al cittadino
ed utente l’onere di provvedere alla tutela della propria
salute ed incolumità, tralasciando invece
le azioni efficaci che lo Stato può e deve attivare,
così come documentato da studi e statistiche, in particolare
investendo corposamente e direttamente sulla formazione
e sul miglioramento delle infrastrutture stradali
rendendole sicure anche per i motocicli.
3/3
fine
Note
(5) “Quattro le mosse suggerite da Confindustria - Ancma
per ridurre l’incidentalità all’incontro
con la Commissione Trasporti della Camera dei Deputati. Garantire
la continuità dei corsi per il conseguimento del patentino
per i ciclomotori e delle iniziative dedicate all’educazione
stradale. Vietare l’uso del casco D.G.M. ancora consentito
dalla legge per la guida dei ciclomotori, ma obsoleteo e molto
pericoloso. Integrare i programmi ministeriali per il conseguimento
della patente B con uno specifico modulo dedicato al rispetto
degli utenti delle due ruote. Migliorare le infrastrutture
stradali rendendole sicure anche per i motociclisti. Queste,
in sintesi, le principali aspettative poste da Confindustria
ANCMA all’attenzione del Presidente della Commissione
Trasporti, Mario Valducci, e dei suoi commissari, martedì
scorso nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla
sicurezza nella circolazione stradale, promossa dalla Commissione
Trasporti della Camera dei deputati”. Febbraio 2009.
(6) European status report on road safety, World Health Organization,
2009.
(7)
La sicurezza stradale sulle 2 ruote. Un'analisi statistica
per azioni concrete, Ania Fondazione per la Sicurezza Stradale,
2008.
(8) Cfr. nota 5.
(9) Cfr. Rapporto
criminalità in Italia
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