| STORIE
Il battesimo della
pista: da motocross
Sono
cose che si sanno, si capiscono da come inizia a mutare il
mare. L'acqua si fa torbida, ed è come se una mano
ne accartocciasse la superficie. Sono i giorni del vento che
inevitabilmente arrivano accompagnati dalle onde. Alte, lunghe,
potenti, una spuma bianca ne delimita i contorni e sulla spiaggia
i bambini aspettano solo il consenso dei genitori per lanciarsi
alla loro conquista. Il gioco si chiama: cavalcare le onde.
Si tuffano urlando, affondando nella sabbia scompigliata dalle
mareggiate. Sono decisi, nessuna incertezza, qualche sbandata,
lo sguardo già lassù, dove il confine sottile
tra mare e cielo rappresenta la meta. Si staccano da terra,
nemmeno consapevoli della forza impetuosa del mare che li
circonda, non ci sono pericoli ma solo il gioco. Uno slancio,
il corpo proteso in avanti, le gambe semipiegate, le braccia
si sollevano verso l'alto per raggiungere la cresta dell'onda.
E poi, quando il cuore sta per scoppiare, quando credono che
questa onda sia più alta della precedente, che così
in alto non sono mai arrivati, la forza di gravità
li risucchia giù. Una scarica di adrenalina. Si preparano,
il corpo si sposta indietro, pronto ad attutire il colpo...
ma non c'è il mare ad attenderli, bensì la terra,
dura e compatta nelle traiettorie, soffice e friabile fuori
dai solchi. E al posto delle onde, cavalcano i panettoni della
pista. Cambia il terreno, ma il gioco è sempre lo stesso,
oggi come ieri e le tue gambe cavalcano una moto.
Sono le otto, due piccoli furgoncini arrancano lungo il sentiero
sterrato.
Se non fosse stato per il piccolo cartello all'incrocio della
statale non si sarebbero mai avventurati lungo questa discesa.
Il conducente del mezzo impreca contro gli arbusti che raschiano
sulla carrozzeria, gli occupanti se la ridono e lo deridono
finché non arrivano in quello che dovrebbe essere il
parcheggio. C'è già parecchio movimento, qualcuno
sta già scaricando le moto, qualcuno si è già
cambiato. Ma gli occhi della donna sono tutti per lei: la
pista di motocross. Un vento leggero le porta il profumo della
terra, il profumo del
fiume, il Sesia, che scorre poco oltre. Lei si avvicina, curiosa
ed impressionata.
Regna una pace incredibile, un silenzio selvaggio. Ora lei
le appare così, e poi in altri mille modi ancora. Si,
perché il bello di queste piste è che ogni giro
è diverso, ogni moto crea una traiettoria, spostando
la terra e modificandone il percoso. Puoi scegliere quella
che preferisci, e il giro dopo un'altra ancora. Sì,
perché il bello di queste piste sono le curve... la
donna osserva i crossisti lanciarsi nei brevissimi rettilinei
a cannone, staccatone e su per queste curve di terra alte
anche due metri, la gamba protesa nel vuoto, la moto inclinata
all'inverosimile e poi come una freccia che dall'arco scocca
eccoli fiondarsi in uscita verso i panettoni... e poi la salita,
su su, si vedono le traiettorie delle altre moto, si ha paura
di
affondare, la ruota anteriore è quasi in cima, che
paura di accappottarsi all'indietro!, e
invece è dall'altra parte, con il motore che urla non
sicuramente quanto lei.
Le hanno insegnato ad alleggerire l'avantreno, cerca di concentrarsi
e di mantenere la posizione, e le sensazioni, quelle che da
sole valgono la risposta al perché oggi lei sia qui,
la travolgono mentre si ritrova dall'altra parte e giù,
giù là sotto la pista prosegue; senza tentennamenti,
perché guai se si distrae; senza rallentamenti, perché
attenzione se scivola; dentro una carreggia e subito cambio
di posizione dietro un'altra carreggia, perché occhio
a stare basse!, più veloce prendi la curva, più
stai in alto più lei ti spara lungo il rettilineo...
e poi di nuovo un'altra scalata, e poi di nuovo un'altra discesa...
nuovo giro, nuova corsa.
Lei si stanca presto, segnale che le fa capire che ci vuole
il fisico e l'allenamento. Questo è a tutti gli effetti
uno sport, da praticare con grande serietà perché
qui la tecnica regna sovrana, nessuna improvvisazione, se
vuole imparare a capire cosa sia il controllo del mezzo qui
trova tutte le risposte alle sue domande.
Tranne a una: è veramente andata in moto fino ad oggi?
E poi tocca di nuovo a lei, con il posteriore che sembra sempre
essere sul punto di mollarla lì, proprio dove esce
dalla curva, proprio quando il piede sta per accarezzare il
terreno, oppure proprio quando atterra sul soffice manto di
terra, con il cuore che sembra essere rimasto sospeso lassù,
sulla cresta del salto. E proprio quando il pubblico è
al massimo del divertimento, quando si vorrebbe che lo spettacolo
non avesse mai fine il sole cala il suo sipario, un freddo
pungente avvolge e sorprende i motociclisti.
Caricano le moto sul furgone e riprendono la via, quella da
dove sono venuti.
Lei è distrutta, appoggia la testa al finestrino, a
malapena riesce a seguire i discorsi del conducente, di quello
che è diventato un'amico, che pratica questo sport
da ormai trent'anni, che racconta loro di gare, aneddoti e
di tecniche di salto con la maturità consumata e
acquisita in tanti anni di moto. Lei si rende conto che ha
perso il treno per questo sport, anzi non sapeva nemmeno che
sarebbe passato. L'andatura costante le fa capire che hanno
imboccato l'autostrada, un languido rollio che non le permette
di tenere gli occhi aperti,
l'oscurità avvolge l'abitacolo; le sembra di captare
un movimento oltre il finestrino,
laggiù lungo le sponde del Ticino: sono bambini...
che giocano con le onde.
Carla
(nelle foto: Lucia e Federica)
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