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i racconti, le emozioni, le paure,
l'eccitazione
, le sensazioni di questo trofeo

io, lei e nessun altro

Alcuni la chiamano passione.
Altri la definiscono pazzia.
Secondo me è solo una gran forza d'animo.
E' quella parte di te che tiri fuori per realizzare i tuoi sogni..senza la quale sai che combineresti veramente poco.
Così siam partite in tre.. io, la mia forza d'animo e la mia R6.
Un furgone caricato con tutta l'hospitality e giù verso Vallelunga, verso proprio quello scopo per cui vale così tanto lottare: correre.
Sono partita con la convinzione che il fatto di andare materialmente sola non mi avrebbe cambiato nulla.
Sono abituata a fare queste cose, a partire da sola verso svariate destinazioni. "Chi fa da se fa per tre"... bene, io faccio da pilota,da meccanica e da autista... sono a posto, no?
Dicono "meglio soli che mal accompagnati"... e se nessuno dei miei amici può unirsi all'avventura, si parte e si va comunque.
Il Venerdì e il Sabato manco te ne accorgi.
Ci sono tante cose da fare. Tutti vagano nei paddock... si festeggia, ci si incontra, si fa baldoria.
Poi la Domenica mattina c'è sempre un'aria diversa.
E' difficile spiegarlo.
Ti alzi, esci fuori... e niente è come il mattino prima.
Si percepisce una sorta di tensione e di chiusura.
Tutti stanno nei loro posti con le loro compagnie.
Ognuno ha la sua moto,i suoi pensieri e i suoi accompagnatori.
E ognuno stà al suo posto attendendo il momento della gara.
E' in quel momento che t'accorgi che sei sola.
E te ne accorgi solo tu perché per chi ti vede dall'esterno sei la stessa dei due giorni precedenti. Resti seduta in mezzo al tuo gazebo, fissando la tua moto. Sembra che risponda al tuo sguardo, si instaura un rapporto silenzioso.
Inutile discuterne.
Siete una parte dell'altra.
Il resto scompare.
Solo io, lei e nessun altro.
Arriva il momento.
L'R6 m'accompagna in griglia.
Lei è più presente di me in questo momento.
Quando arrivo sulla riga bianca della partenza non riesco a fissare bene la situazione. Il mio amico a cui ho chiesto di aiutarmi per la partenza è in ritardo (corre la 125, la squadra lo ha trattenuto un attimo). Quando arriva resta poco, il tempo degli accompagnatori è ormai scaduto.
Mi chiedo per un attimo cosa faccio lì, mi interrogo su cosa ne pensi la mia moto.
Poi mi accendo.
Sono lì per me, perché mi piace correre. Perché voglio correre.
Quando alzo gli occhi il semaforo è già rosso... non faccio in tempo ad afferrare la manopola che già scatta. La partenza sulla quale tanto avevo riflettuto è svanita in un attimo.
Il mondo mi sovrasta.
Da 20esima mi ritrovo in fondo al gruppo.
Ma non resto a guardare. Recupero posizioni.
Mancano comunque quella concentrazione e quella cattiveria che solitamente mi contraddistinguevano. Neanche la moto è in forma.
A Misano avevo l'ottavo tempo... qua il 16esimo. Si capisce che qualcosa non va. La bandiera a scacchi non mi emoziona. La vedo e la passo. Do un'ultimo sguardo alla mia moto mentre la lascio nel paddock delle verifiche. Non ho fretta.
Non c'è nessuno fuori da quel cancello che mi sta aspettando.
Quasi quasi mi siederei qua con lei, per tornare poi insieme al gazebo.
Questa gara per me è stata vuota.
L'unico stato d'animo è un po' di rancore e di amarezza, perché è così che ci si sente quando si sa di non aver dato il massimo.
C'è un ricercatore dello IUSM che sta studiando quanto lo stato psicofisico del pilota incida sulle sue prestazioni. Beh... forse questo potrebbe esserne un chiaro esempio.
Lara

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