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Un viaggio ai limiti del sogno

terza parte

Cambogia

Uscire dal Laos e' stato piuttosto difficile. Ci hanno negato l'ingresso in Vietnam e i primi tre tentativi di entrare in Cambogia sono andati a vuoto. I punti di frontiera segnalati sulla carta si sono dimostrati essere non altro che degli accessi poco regolamentati (dove il dollaro la fa da padrone) e molto poco sicuri fra i due paesi. Lungo gran parte del confine scorre il fiume Mekong, ma non ci sono ponti; l’unica possibilità di attraversamento è costituita dalle piccole barche che traghettano le persone da una sponda all’altra, troppo piccole per sostenere il peso delle moto. In alternativa si possono percorrere settanta chilometri di pista sterrata, attraverso la fitta giungla popolata da tigri; l'ultimo automezzo che vi si è addentrato è stato registrato mesi fa, chissa' se e' mai arrivato a destinazione.
Così accettiamo l’ospitalità degli ufficiali cambogiani, ostaggi della giungla, a causa dell’esigua paga che non consente loro di affrontare che una volta l’anno la spesa per il viaggio fino alla capitale, e l’indomani torniamo sui nostri passi.

Due giorni dopo finalmente varchiamo il confine, a ovest, dopo essere rientrati in Tailandia. Carretti pieni di gente e di galline; persone a piedi, curve sotto il peso di enormi sacchi di verdure; venditori che spingono carriole cariche di frutta; mendicanti mutilati in varie parti del corpo; bambini trasandati che si rincorrono e scappano. La frontiera è di nuovo una di quelle molto affollate e di nuovo ci accingiamo a entrare in un paese molto povero, con una storia recente di guerra e con un’economia da rifare. Poipet, la cittadina sul confine, si affaccia su una fogna a cielo aperto mista a fango e sassi acuminati; ma, a parte l’orribile strada, sembra Las Vegas: un casinò dopo l’altro, alberghi a cinque stelle, ristoranti, negozi. Macchine lussuose e pulmini con i vetri scuri e l’aria condizionata vanno e vengono, in mezzo ai carretti e alle biciclette, su questa mulattiera scivolosa e insidiosa.
Cento cinquanta chilometri ci separano da Angkor Siem Reap, uno dei siti archeologici più famosi al mondo; i più brutti chilometri di tutto il viaggio. Per lunghe tratte la strada è addirittura collassata nella palude e dobbiamo attraversare profondi guadi, con l'acqua fino ai polpacci, fra file interminabili di camion e furgoncini sprofondati nella melma rossastra. Arriviamo a destinazione dopo più di nove ore.

Il giorno dopo, dimenticato il prezzo folle del biglietto d’ingresso, ci perdiamo fra le rovine dei templi, avvolti nella giungla; avvinghiati indissolubilmente alla vegetazione, che per anni li ha nascosti e protetti ma che, contemporaneamente, si è impossessata di loro. Alberi giganteschi affondano le loro radici fra la pietre, sconquassando la struttura originaria degli edifici e modificandone le forme; ma , al tempo stesso, garantendone oggi la sopravvivenza.
Un’atmosfera magica e surreale; sembra di passeggiare in una fiaba popolata da fate, folletti e altri personaggi mitologici e della fantasia. Migliaia di turisti, che arrivano, per lo più in volo (fortuna loro), per visitare una delle destinazioni più note al mondo, si concentrano nell’area principale del parco; ma il sito si estende per duecento chilometri quadrati ed è facile godersi lo spettacolo in solitudine. Nelle zone rurali più remote, tuttavia, è buona norma non abbandonare i sentieri segnati, a causa delle innumerevoli mine antiuomo rimaste dall’ultima guerra.

Da Siem Riep riprendiamo il cammino lungo la strada fangosa, attraverso le risaie e le ultime piogge monsoniche, fino a Phnom Penh. Qui ci attendono altre due siti storici, tristemente noti: la scuola di Tuol Sleng (oggi museo), che durante il regime di Pol Pot fu trasformata nella prigione S-21, dove furono rinchiusi e torturati migliaia di prigionieri politici, e i campi di sterminio di Choeung Ek, dove sono stati ritrovati i resti di 8985 persone. A guardarla oggi, non si direbbe mai che questa tranquilla capitale, adagiata sulle sponde del Mekong, possa essere stata teatro di tali atrocità.
Ci lasciamo alle spalle le fosse comuni circondate da filo spinato e gli orrori della guerra, per proseguire il nostro viaggio verso sud. Da Sihanoukville, la ridente cittadina balneare, proseguiamo lungo la costa, verso ovest. La strada di terra rossa è stranamente in ottime condizioni e ci concede qualche distrazione; lo sguardo può indugiare sugli splendidi panorami che si aprono sulle vallate, oltre le montagne. A sera siamo di nuovo al confine con la Tailandia.

Valeria
ilgiro@hotmail.com

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