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Un
viaggio ai limiti del sogno
quarta
parte
Australia:
coast to coast da Perth a Sydney
Dopo
oltre sette mesi, durante i quali agli aridi deserti del Medio
Oriente si sono succeduti i monsoni dell’India e le
paludi afose dell’Indocina, siamo arrivati in Australia,
all’inizio dell’ennesima estate. Almeno, così
ci avevano detto, ma da Perth a Sydney (circa 8000 chilometri)
le stagioni si sono avvicendate con cadenza di giorni, a volte
di ore: dal freddo pungente, al caldo torrido, al vento gelido,
alla pioggia.
In Australia la natura è prorompente, malgrado la modernità
delle infrastrutture e l’efficienza dei servizi. Attraversare
il Nullabor, una lunga distesa di aridi cespugli attraversata
dal più lungo rettilineo di asfalto al mondo, non è
la stessa cosa che affrontare il deserto della Siria o il
Baluchistan, in Pakistan. La strada
è in perfette condizioni, ci sono colonnine per l’emergenza
e piste di atterraggio per l’elisoccorso; ogni cento,
duecento chilometri una road house offre benzina, generi di
ristoro, un’area camping e, spesso, anche un posto letto.
I prezzi sono proibitivi e la qualità del cibo scadente;
meglio una bella spaghettata alla luce di un falò.
Cartelli
stradali regolamentano il flusso e la velocità del
traffico (come se ce ne fosse) e segnalano la presenza di
fauna selvatica; pattuglie controllano il tasso alcolico dei
guidatori, anche alle undici di mattina; ma non riescono a
fermare i canguri che inesorabilmente attraversano la strada,
a centinaia, soprattutto nelle ore notturne, facendo balzare
il numero degli incidenti. Ci sono carcasse disseminate lungo
i margini della strada, a volte non si vedono perché
la violenza d’urto di un autotreno le ha scaraventate
più lontano, ma l’odore è così
forte da tradirne la presenza, come il solito nugolo di corvacci
neri cha banchettano.
Questi
marsupiali sono così numerosi da costituire un pericolo
per altre specie, alle quali rubano il cibo. In alcune zone
hanno imparato a convivere con gli uomini e si avvicinano
sfacciatamente per brucare l’erba più fresca.
I campeggi curati e ben irrigati sono una delle destinazioni
da loro preferite; così capita spesso di trovarsi un
musetto curioso faccia a faccia, uscendo ancora insonnoliti
dalla tenda. Canguri, koala, foche, pinguini e una varietà
infinita di uccelli variopinti e di altri piccoli animali
sono l’affascinante scoperta di ogni giorno. Le distese
sconfinate di terra arida e rossastra, le verdi colline, le
impervie scogliere e un mare color cobalto le quinte di questo
spettacolo in cui la natura domina la scena
a dispetto del genere umano, ben poco interessante.
Turchi, arabi, persiani, pakistani, indiani, nepalesi, tailandesi,
laotiani, cambogiani. Messi a confronto con tutte queste popolazioni
gli australiani sono sicuramente i meno interessanti, i più
simili a noi. Dopo tutti questi mesi,
è come se mi sentissi un po’ di nuovo a casa,
anche se sono a 35.000 chilometri e a ventiquattro ore di
volo di distanza. O meglio, mi sento come se fossi in vacanza
dal viaggio. Giampiero e Alba ci hanno raggiunto dall’Italia,
per condividere con noi tre settimane di strada. Ci alterniamo
alla guida; questo mi permette per la prima volta in otto
mesi, di distrarmi, di scattare foto durante il tragitto e
di annoiami. Ogni tanto mi sono addormentata, incastrata fra
la Giorgio e i bagagli posteriori, senza correre il rischio
di cadere. Campeggiamo ogni sera, ogni tanto rinunciamo alla
tenda per concederci il lusso di una roulotte con angolo cottura.
Pasta al pomodoro, barbecue (che fa parte dei servizi base
di qualunque campeggio, come il bagno) e un bicchiere di vino;
niente di meglio per trascorrere una serata in compagnia.
Alla fine abbiamo convertito al rosso anche Giampiero, amante
della Coca Cola; in questo molto più simile ai locali.
Ma non mancano occasioni di contatto con gli “indigeni”
(di quelli veri in realtà ne sono rimasti pochi e sono
confinati
nelle riserve), la gente è aperta e sempre disponibile
a fare quattro chiacchiere. Un ranger ci ha intrattenuti per
più di un’ora spiegandoci l’utilizzo del
boomerang e delle altre armi aborigene utilizzate nella caccia.
Soprattutto nelle piccole cittadine di provincia, sembra che
tutti abbiano un sacco di tempo a disposizione; i ritmi di
vita sono rilassati, lo stress è una condizione
emotiva che sperimentano di rado. Come ha osservato Hellen,
che qui c’è nata e cresciuta, “l’Australia
è un po’ come il Messico, senza il senso dell’urgenza”.
Perth, più di Melbourne e Sydney, è la città
che meglio scandisce i ritmi di vita Down Under. Le signore
passeggiano al sole mattutino sui larghi marciapiedi; un uomo
in calzoncini corti annaffia il giardino, un altro porta a
spasso il cane; le casette sono tutte ordinate e allineate,
con portici fioriti che si affacciano sui vialetti di ingresso;
sulla strada le auto transitano
alla stessa velocità, equidistanti, non ci sono file,
non suonano il clacson; si salutano amichevolmente e si scambiano
qualche parola di circostanza. Sembra che si conoscano, in
realtà ci si accorge presto
che fanno lo stesso con tutti, anche con noi. Ma saremo mica
finiti in un grande “Truman Show”?
Valeria
ilgiro@hotmail.com

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