Viaggio Totale - Viaggio a Capo Nord

Tutto ebbe inizio in quel di Sarnico, tranquillo paesino sulla riva bergamasca del lago d’Iseo: stanco da un anno di lavoro ed ancor più stufo delle solite vacanze decisi di organizzare una gitarella motociclistica in un posto vicino vicino. E quale poteva essere, se non un luogo ameno, isolato, ove solo pochi avventurieri temerari o esseri dotati di un’intelligenza inferiore ad un mollusco avrebbero deciso di scegliere come meta? Capo Nord Finnmark Norvegia
Credendo di fare parte del gruppo temerari (in realtà ero un misero paguro) ed esaltato all’idea di un’avventura modello Indiana Jones, presi in mano il mio fido telefono e cominciai a tempestare di chiamate amici che credevo mi avrebbero seguito senza batter ciglio… e a parole lo fecero… infatti ad una settimana dalla partenza fui bidonato totalmente e nel giro di 3 giorni mi ritrovai completamente solo ed in procinto di partire.
A questo punto l’intelligenza e la saggezza avrebbero dovuto suggerirmi di fermarmi, infatti ci provarono, prima con campanellini d’allarme che in seguito diventarono campanoni ma io da buon mercante…….
La data della partenza s’avvicinava e come al solito ero in ritardo pauroso sulla mia check list, in pratica dovevo ancora ritirare la tuta da viaggio, fare il tagliando alla moto e infine preparare tutti i bauletti e borse varie che avrebbero contenuto l’attrezzatura che mi avrebbe permesso di sopravvivere a quello che in seguito denominai viaggio totale.

La mattina della partenza nuvole cariche d’acqua salutarono il mio risveglio. Indossata la tuta mi accinsi ad effettuare le operazioni di carico: alle 8.45 ero pronto a partire.
I bagagli consistevano in due bauletti laterali, un bauletto posteriore, borsa ventrale da serbatoio legata sotto la testa motore, zainone da montagna modello Messner imbrigliato alla sella tramite la comodissima rete ragno rigorosamente nera (in pendant con la tuta, il casco, gli stivali ed i guanti), nonche’ mega marsupio contenente telecamera (sì! ho fatto un film), documenti, soldi ed il mitico coltellino svizzero multifunzione (per la cronaca ne aveva 52 diverse).
Erano le 8.55 quando, in procinto di lasciare il garage, fui raggiunto da un ordine perentorio d’arresto lanciato da mia madre, che mi raggiunse dicendomi che avevo dimenticato una cosa importantissima ai fini del buon esito della spedizione: la sua raccolta privata di santini protettori. Mi feci carico delle sacre reliquie e salutando ancora una volta la piangente mamma che insieme a papà tentava ancora di farmi desistere dal viaggio, accesi il mio fiammante Pegaso3 Aprilia 650 che assomigliava più a un mulo tanto era carico, e partii alla volta del passo del S.Bernardino.
Ma dopo solo 5 km il primo inquietante incidente di percorso fece capolino: mentre ero fermo al distributore per rabboccare il serbatoio mi resi conto che le cinghie della borsa ventrale si erano fuse, così mi ritrovai con una borsa di meno e lo zainone ancora più carico.
I campanelli di cui sopra risuonarono tremendamente nella mia testolina incaschettata ma anche allora le mie orecchie da mercante entrarono in azione.
Percorsi i chilometri che mi separavano dal S.Bernardino sotto una pioggerellina incessante, poi appena iniziata la salita per il passo…… la nebbia! Fui letteralmente circondato da una massa grigia umidissima e gelata: la temperatura era scesa paurosamente, da 22 gradi mi ritrovai a soli 2 nel giro di pochi minuti.
Cercando di non finire fuori strada data la scarsa visibilità mi fermai in una minuscola piazzuola, scesi ed indossai subito i guanti, rimontai in moto e solcai il mitico passo e come per magia appena me lo lasciai alle spalle la nebbia si dileguò lasciandomi circondato dalla magnifica visione delle valli scoscese arrichite da larici e abeti, da magnifici torrenti e graziosi praticelli ove placide mucche (tra cui mi parve di distinguere chiaramente quella della Milka) pascolavano tranquillamente ignorando il motociclista che ormai colto dai primi spasmi della fame, si guardava in giro alla ricerca di qualcosa di commestibile.
Sarà stata la tensione sul passo (successivamente rinominato Passo Nebbia) il freddo, la pioggerellina che aveva incominciato a ricadere copiosa, sta di fatto che fui assalito da una fame abnorme: ovunque posassi lo sguardo venivo colto da allucinazioni a sfondo culinario ogni cosa mi sembrava commestibile, ma fortunatamente quando stavo già addentando un lembo della mia tua credendola del buon prosciutto crudo, all’orizzonte apparve come un miraggio nel deserto l’insegna illuminata del classico autogrill svizzero il mitico Movenpick.
Entrai come una furia la gente mi guardava come se fossi un predatore a caccia, niente mi avrebbe fermato entrai nel supermercato e feci incetta di tutto ciò che era commestibile: pagai un conto esagerato, ma il fuoco della fame fu spento e così dopo aver fatto un giretto per sgranchire le gambe ripartii alla volta di Ulm in Germania.
Non incontrai particolari difficoltà ad arrivare a Ulm, a parte un piccolo contrattempo dovuto al fatto che a Lindau per un micro errore di navigazione mi ritrovai fuori dall’autostrada a costeggiare le placide rive del lago di Costanza e capii il perchè di quel nome, dato che mi ci volle tutta la costanza di cui disponevo arrichita da qualche colorito epitaffio, e l’aiuto di un gentile poliziotto per ritrovare la beneamata autostrada A7.

Ulm
Trovandomi a pernottare nel grazioso hotel Stern, uscii per una passeggiatina serale per le caratteristiche vie della città vecchia. A ogni angolo era presente una statua di un uccello che rappresentava un tipo di lavoro (c’era l’uccello ciabattino, muratore, barista, ecc.)… arrivato in centro mi apparve con tutta la sua magnificenza la Cattedrale, in stile gotico con guglie altissime, statue di gorgoni e santi disposte sui lati, tre massicce porte in bronzo sormontate da un arco per accedere all’interno. Passai la sera presso uno dei tanti pub dove degustai la pregiata birra bavarese e alla fine tornai in albergo: fumanti wurstel e crauti mi attendevano!
La mattina successiva alle rimontai in sella alla volta di Arhus, splendida città Danese.

Partii con il tempo che non preannunciava nulla di buono, nuvoloni grigi solcavano il cielo come una mandria di cavalli impazziti e pareva che tutti avessero voglia di scaricarsi su di me, infatti poco dopo la mia partenza la pioggia incominciò (guarda che strano) a picchiettare allegramente.
Uscito dalla città entrai subito nella veloce autostrada A7 e percorsi parecchi km circondato da foreste, viaggiai ad una buona media passando in mattinata Wurzburg, Kassel, e poco prima di Hannover colto dai morsi della fame misi la freccia ed entrai nel tipico distributore tedesco dove una piacevole sorpresina mi attendeva…
Vorrei fare notare una cosa… i distributori tedeschi hanno un leggerissimo inconveniente tecnico: la benzina viene fatta dall’utente in stile self service che dopo il rabbocco deve entrare nel supermercatinoristorantebargabinetto (ho coniato una nuova parola) pagare uscire muovere il veicolo e permettere a chi è in coda di proseguire… voi direte beh che c’è di strano? la cosa strana è che immanchevolmente tutti i tedeschi si fermano a bere il caffè, a mangiare uno spuntino, a comprare un po’ di cianfrusaglie ed infine terminano la loro migrazione in zona cesso, lasciando l’utente in coda (nello specifico me medesimo!) ad aspettare minimo 20 minuti prima di rabboccare.
Ma torniamo alla gradevole sorpresa… dunque dopo aver fatto il pieno, parcheggiai nell’area adibita alla sosta e cominciai a degustare una birra rigorosamente analcolica ed un mitico Bifi XXL, una goduria di salamino confezionato lungo 35 cm che fu subito adottato come rimedio contro la fame improvvisa (da quel giorno infatti nel mio bauletto posteriore i Bifi XXL furono sempre presenti!)
Improvvisamente un Africa Twin 750 parcheggiò accanto a me e finalmente ebbi il piacere di dialogare con due Italiani, Paolo e la sua ragazza.
Paolo mi raccontò che voleva girare la Danimarca, ma non appena mi chiese dove ero diretto i suoi occhioni s’illuminarono e con nonchalance cercò di convincere la giovane innamorata a fare anche loro una “piccola” deviazione sul percorso di giusto 2.800 km per coronare il sogno che mi confidò aveva coltivato fin da piccino: toccare la sacra scogliera di Nordkapp, lo vedevo perso e felice nel suo sogno, sembrava volasse… ma improvvisamente fu abbattuto come un’aereo dal secco diniego della dolce fidanzata che preferiva restare fedele alla Danimarca risentendo già i dolori del viaggio alla schiena.
A quel punto bevemmo un veloce caffè, mangiammo un Bifi facemmo la foto di rito e ci salutammo.
Rimontai in sella alla volta di Amburgo.
Mentre attraversavo le lunghe campagne tedesche il sole improvvisamente decise d’iniziare a risplendere, facendo così aumentare notevolmente la temperatura, troppo notevolmente! infatti dopo una decina di km la mia tuta nera era divenuta una sauna: decisi di fermarmi in una area di parcheggio per poter sfilare le imbottiture e poter così viaggiare più fresco. Detto fatto e fu così che in men che non si dica superai Flensburg, pochi km dopo solcai i confini della Danimarca.

Ah la Danimarca… che posso dire della Danimarca? paesaggisticamente parlando è completamente pianeggiante, campi di grano a perdita d’occhio sui lati dell’autostrada e le tipiche fattorie rosse punteggiano il paesaggio ricordando i papaveri in un campo.
Ogni tanto piccoli boschi appaiono all’improvviso a fare da cornice a magnifici laghetti solcati da una grande varietà d’uccelli.
Il vento soffia regolarmente su queste terre, al punto che per sfruttare la sua forza mulini giganti spuntano ovunque si posi lo sguardo.
Ed è in questo paesaggio che mi ritrovai a viaggiare, fino all’arrivo nella fantastica città portuale di Arhus.

Arhus
Pernottai presso l’albergo Scandic Plaza: volendo mangiare pesce a cena mi fu indicato dal gentilissimo receptionist, il mitico ristorante SeaFood

Arhus Sea Food
Il taxi mi lasciò nel porticciolo nella zona chiamato Marina, attraversai un ponticello di legno e recandomi al ristorante, mi ritrovai inebriato dal profumo di salsedine e circondato da una miriade di barchette.
Il locale era veramente piccolo ma molto elegante, tutto ricordava la pesca in mare.
Mi sedetti a un tavolino che dava sulla finestra affacciata sul porticciolo, e fu li che assistetti ad uno dei tramonti più belli della mia vita.
Sembrava che il sole si fondesse con l’acqua del mare e riflessi rubino scivolavano veloci sulle acque addormentate del porto… ah, che magnificenza lo spettacolo della natura!
Mentre osservavo tutto questo fui destato dall’incanto dalla gentile voce della cameriera che con un ottimo inglese mi chiese cosa desideravo mangiare: scelsi il piatto misto di crostacei e molluschi e una superba zuppa di pesce, accompagnata dal pregevole Gewurtztraminer alsaziano Chateau Rehine 1999.
Spiegarvi la magnificenza di quei piatti mi risulta quasi impossibile… posso solo dirvi che erano opere d’arte da vedere e sublimi da mangiare, l’appagamento fu tale che al rientro del mio viaggio tornai di nuovo al Sea Food.
Non posso far altro che consigliare questo magnifico ristorante a chiunque passi per Arhus.

In tarda serata decisi di fare un giretto nella città vecchia, costeggiai un piccolo canale circondato da una miriade di negozi, poi feci il mio trionfale ingresso nella zona dei pub e fui folgorato dalla bellezza incredibile delle abitanti del luogo: mai in nessuna mia peregrinazione vidi tante belle ragazze… tutte bionde altissime occhi azzurri sembravano tutte sorelle… ero rimasto inebetito al punto che rimasi fermo una buona mezz’ora con lo sguardo da pesce lesso e sbavando come un lama ad osservare quegli angeli biondi che leggiadri come piume trasportate dal vento volavano ovunque intorno a me.
Incominciai a pensare seriamente di trasferirmi a tempo indeterminato ad Ahrus, presi il mio telefono e consigliai lo stesso a miei fidati amici.
A questo punto il mio senso del dovere intervenne e mentre cercavo di utilizzare le mie proverbiali orecchie da mercante lui mi costrinse a portare a termine il mio viaggio totale facendomi notare una piccolissima cosa delle ragazze Danesi: oltre ad avere quasi tutte il ragazzo, non consideravano molto lo straniero motociclista e gli unici sguardi che posavano su di lui erano dovuti al fatto che egli era moro con gli occhi scuri capelli scuri baffi scuri pizzetto scuro e vestito indovinate un po’……… scuro.
Così dopo una buona bevuta della loro birra Danese mi ritirai in albergo e alle 8.00 del giorno dopo ero in viaggio alla volta di Frederikshavn per chiappare il traghetto che mi avrebbe portato sulle agognate terre scandinave.
Ma il nostro eroe era lungi dal sapere che un piccolo contrattempo era in agguato a soli 7 km dal traghetto.
L’inconveniente tecnico fu una telefonata ricevuta dalla base di Sarnico in cui i preoccupatissimi genitori mi consigliavano un’alternativa a Caponord, ovvero andare ad Hanstholm per prendere un traghetto che mi avrebbe portato in Islanda da mio fratello, che per motivi di lavoro si trovava ormai da due mesi in quella lontana terra.
Devo dire che effettivamente l’idea mi attirò, inoltre ero contento nel pensare che almeno così per i miei apprensivi genitori sapermi su una nave piuttosto che su una strada, e poi sapermi non più solo ma con mio fratello, avrebbe fatto l’effetto di un buon cardiotonico e ansiolitico!
Così feci dietro front e mi accinsi a fare quella piccola deviazione 150 km di provinciale sotto una pioggia modello diluvio che decise di scatenarsi appena fatta inversione.

Fu una giornata apocalittica……imboccai la stradina provinciale col maltempo che imperversava ed oltre ai milioni di metri cubi d’acqua che cadevano si aggiunse il soffio aggraziato del vento danese che con le sue raffiche da 60 km/h mi cullava teneramente sbattendomi da un lato all’altro della strada. Fu in quella situazione che mi accorsi per la prima volta che la pregevole tuta da viaggio garantita come impermeabile al 100% dal simpatico negoziante, proprio proprio impermeabile non era… infatti nei guanti e negli avambracci s’erano velocemente formati dei simpatici laghetti ove ranocchie e girini avrebbero potuto trovare il loro ambiente naturale.
Anche la temperatura volle essere gentile con me e non esitò ad abbassarsi: in quei momenti oscuri propositi di linciaggio e tortura del negoziante affollavano la mia mente… avrei voluto metterlo nudo attaccato ad un mulino facendogli fare un paio di milioni di giri in quella particolare situazione atmosferica.
Pranzai presso una specie di self service, ma il tepore che ottenni dalla calda zuppa e dal calore del locale non durò a lungo perchè mi ritrovai a guidare sotto la pioggia per circa 45 minuti fino all’arrivo ad Hanstholm.
Lo spettacolo che si mi presentò era deprimente: il paesino altro non era che un piccolo porto di mare dove alcune navi cargo erano ormeggiate. Parcheggiai la moto di fronte ad un minuscolo chiosco, scesi e mi accorsi che anche l’impermeabilità dei pantaloni era compromessa… il mio umore nero peggiorò ulteriormente: flash mentali del negoziante sorridente che mi garantiva la tuta si sostituivano ad immagini che avrebbero fatto impallidire Hannibal Lecter, ciò nonostante mi diressi a cercare l’ufficio della compagnia Smyryl Lines che mi avrebbe accompagnato fino in Islanda.
Arrivai all’ufficio bagnato come una spugna (sembrava avessi fatto la traversata della Manica a nuoto) quello che volevo era imbarcarmi sulla nave, correre in cabina e mettermi al caldo, così chiesi all’ompiegata dell’ufficio: “Mi scusi vorrei un biglietto per Mjoifjord in Islanda e dovrei caricare anche una moto grazie”. La risposta che ricevetti fu come un pugno diretto nello stomaco accompagnato da un solerte calcio nelle balle:

“Mi spiace ma la nave è partita ieri sera, se vuole può aspettare il prossimo traghetto che parte fra 6 giorni.”

Quasi non ringraziai neanche, me andai strascicando i piedi, avvisai telefonicamente mio padre ed uscii dall’edificio.
Mi sentivo come un verme anzi come un paramecio… aveva anche smesso di piovere, mi recai al chiosco mangiai velocemente un bastoncino di pesce fritto in un olio che presumo avesse un età media di 5 anni, saltai in moto, girai la chiave, premetti start, retrassi il cavalletto, inserii la prima feci 4 metri e il diluvio ricominciò.
A questo punto devo censurare cosa pensai di fare al simpatico negoziante, che molto probabilmente si trovava anche lui a mollo da qualche parte, sì …… ma nelle calde acque tropicali di un atollo paradisiaco che si era potuto permettere con i soldi che io avevo speso da lui! A quel punto invocai la giustizia divina e pregai che un squalo tigre decidesse di dare un assaggiatina al morbido culetto di un turista a caso ……….
Ripercorsi a ritroso i 150 km per la precisione 157 della provinciale che ho battezzato “Rain Road” (strada della pioggia) fino a Frederikshavn dove arrivai alle 17.45. Presi il biglietto per Goteborg con la compagnia Stena Lines, mi accodai ad un numero impressionante di camion e di cargo ed ero l’unico motociclista presente (che depressione!): il traghetto sarebbe arrivato solo alle 20.30, stetti due ore e tre quarti sotto la pioggia ad aspettarlo. Verso le 20.15 arrivò un motociclista tedesco e finalmente alle 20.30 precise all’orizzonte si delineò l’inconfondibile sagoma del traghetto. Fui imbarcato per primo, su suggerimento del gentile motociclista tedesco in pratica lo copiai spudoratamente. Tramite una specie di tireups ancorai saldamente la moto, salii in coperta e fu allora che lanciai un urlo disumano… volete sapere perchè? Ebbene… aveva smesso di piovere ed era uscito il sole…………(non poteva uscire prima?) la gente si scansò lasciandomi passare credendomi in preda alla licantropia conquistai tre posti vicino al bar della nave mi levai la giacca della tuta che grondava acqua da tutte le parti e sotto gli sguardi incuriositi dei passeggeri dopo aver addentato un panino mi sdraiai gocciolante sui sedili, e lasciai che il sonno mi cogliesse fra le sue braccia e mi cullasse fino all’arrivo a Goteborg, previsto alle 23.30.
Fui svegliato a metà traversata dal suono delle slot machine, fra tutti avevo scelto i posti vicino alla sala giochi della nave.
Arrivai a Goteborg alle 23.30, toccai il suolo alle 23.40, trovai una camera solo alle 1.30 presso Scandic Hotel Goteborg.

La mattina di buon ora alle 9.00 mi accorsi di avere sul telefonino 25 chiamate senza risposta: mi ero dimenticato che avevo attivato la vibrazione. Pur immaginando chi potesse essere, guardai chi era che così assiduamente aveva cercato di rintracciarmi… mio padre… appena lo richiamai fui tempestato da un fiume di coloritissimi epiteti che spaziavano da “Lorenzo sei un imbecille, è dalle 7.00 che ti chiamo” a “Cretino qui stiamo tutti in pensiero, ma perchè cavolo non rispondi” lasciai sfogare la belva e mi sentii in colpa per aver lasciato col fiato sospeso i miei, così ci mettemmo d’accordo che avrei chiamato sempre io ogni mattina quando decidevo di partire, e che se non avessi risposto a una loro eventuale chiamata era perchè dormivo.
Mi ritrovai in sella alle 9.30 in direzione Stoccolma dove arrivai, a causa di un sacco di deviazioni e fermate in vari paesini, a sera inoltrata. Era una giornata fantastica, ma non durò a lungo.
Erano le 20.30 quando raggiunsi l’hotel Scandic International, all’ingresso utilizzai la formula super breve per chiedere una stanza:
“Avete un parcheggio privato per i clienti dell’ hotel?”
l’uomo alla reception rispose: “sì”
“ Accettate american express?”
“sì”
“Avete una singola libera per questa notte?”
“sì”
volle il pagamento anticipato poi mi disse per il parcheggio “segua l’inserviente sulla macchina gialla”, la cosa mi sembrò strana, ma non feci obiezioni montai sulla moto e seguii l’inserviente.
Il parcheggio altro non era che un silos pubblico all’altro capo della città, ero inviperito e non sapevo che la sorte aveva ancora in serbo qualche sorpresina… quando arrivai nel parcheggio e scaricai il primo bauletto sentii l’inserviente dire qualcosa d’incomprensibile dopodichè rimontò sulla sua auto e mi lasciò lì come un carciofo appena piantato.
Rimasi basito… non volevo crederci, eppure mi ritrovai a camminare per le vie di Stoccolma con indosso il casco due bauletti tra le mani e lo zainone modello Messner sulla schiena.
Non sapevo dove andare per trovare l’albergo, provai a chiedere ad un signore mi avvicinai alle spalle e dissi:
“mi scusi…”
nel vedermi l’uomo lancio un piccolo urlo e corse via a rotta di collo, allora mi avvicinai ad una ragazza alzai il bauletto per farmi notare, ma non ebbi il tempo nemmeno di di dirle:
“mi scu…”
che questa era corsa via, a quel punto mi rassegnai e proseguii per un buon quarto d’ora a piedi finchè……… in lontananza non vidi una scritta che riempì il mio cuore di gioia! La scritta era sul tettuccio di un auto ed era TAXI, corsi a perdifiato con i bauletti che mi sballonzolavono sulle gambe… 5 metri 4 3 2 1 ero quasi alla maniglia quando il taxi sgommando se ne andò… mi sentii come una sottospecie di paramecio schiacciato, continuai a camminare fin quando non vidi un barbone seduto nell’antro di una porta, chiesi il suo aiuto ed egli fu estremamente gentile e mi accompagnò all’hotel. Per ringraziarlo gli lasciai una cospicua mancia anche se dovetti faticare un pò per convincerlo ad accettarla.
Entrai nella reception e fulminai con un sguardo modello se ti chiappo ti ammazzo il receptionist che capendo al volo cosa gli sarebbe successo da vero eroe si defilò nell’ufficio, mandandomi a parlare una sua collega. Io chiesi subito di lui ma lei disse:
“mi dispiace ma Mr xxxyxx (non ricordo bene il nome) ha finito il turno”
“Lei è Mr Sala vero?”
risposi:
“sì”
Lei disse:
“le chiedo scusa ma ci sarebbe un problema con la sua stanza”
Il mondo mi cadde addosso…
“non fa niente se la mettiamo in una stanza senza finestre?”
risposi:
“Ascolti, sono quasi le dieci, sono in viaggio da più di 8 ore di cui una l’ho passata a camminare carico come un mulo per tornare in questo albergo e le mi chiede se non fa niente, no non fa niente, mi dia la stanza e per cortesia mi faccia arrivare un taxi per le 22.15 grazie”

Detto fatto: la carta elettronica indicava il n° 515, salii al terzo piano inserii la scheda, aprii la porta… la stanza consisteva in un micro corridoio di 2mt che terminava a contatto con il letto accanto a quale una c’era una micro sedia, appeso al muro un micro tv con sotto un micro frigobar che conteneva una birra e una coca. Le pareti della stanza erano tappezzate di specchi bordati di legno per farla sembrare più grande e farla assomigliare ad un cabina di una nave.
A quel punto aprii la porta del bagno, o per meglio dire microbagno ma così micro che avrei potuto tranquillamente lavarmi le mani nel lavandino e farmi la doccia allo stesso tempo…
Mi cambiai velocemente e alle 22.12 scesi a prendere il taxi che mi condusse nella vecchia Stoccolma dove mi ritrovai a cenare presso il ristorante Gyldene Freden.

La vecchia Stoccolma
Un dedalo di anguste viette con una pavimentazione in pietra ospitano le vecchie casette che si affacciano sul porto ove i palazzi più signorili danno alla Stoccolma portuale un qualcosa di aristocratico in netto contrasto con le piccole strutture in legno che quella sera mi accingevo a visitare.
Le vecchie abitazioni ospitavano dei pregevoli ristoranti, pub, negozi, cui uno in particolare attrasse subito la mia attenzione: era un negozio che vendeva gnomi, quei piccoli omini con i cappucci rossi……… e dato che io credo in gnomi, fate, folletti,elfi, troll, draghi… m’innamorai subito di quella stupenda rappresentazione al punto che la mattina successiva decisi di posticipare la partenza per tornare al negozietto ed acquistarne uno.

Gli gnomi di Stoccolma
Entrai a tarda mattina nel negozietto, era fatto tutto in legno, l’odore della cera appena data impregnava l’ambiente. Disposti regolarmente sugli scaffali c’erano gnomi di tutte le dimensioni ognuno differente dall’altro, in un angolo notai anche che c’erano rappresentazioni di streghette e trolls.
La mia fantasia cominciò a galoppare: vedevo le enormi foreste dove quegli esseri fatati vivono… trascorsi un buon quarto d’ora ad osservare ogni pupazzo ed alla fine ne scelsi uno di dimensione reale… circa 40 cm ( che in seguito viaggiò come passeggero sulla moto) ed inoltre acquistai 2 micro gnometti e 2 micro streghette da regalare ad amici veri, che come me non avevano smesso di credere………
Lasciai il negozio intorno 9.40, mi avviai verso il taxi e pur fermandomi ad osservare un bel negozio di articoli marinari antichi, alle 10.15 ero già in viaggio (rigorosamente sotto la pioggia) con destinazione Finlandia.

Abbandonai il traffico della capitale e mi ritrovai circondato dalle grandi pinete svedesi. Nei rari momenti in cui la strada lo permetteva, si poteva cogliere l’estensione delle foreste: era come essere circondati da un mare d’alberi, c’era solo il verde ed il blu del cielo, sì proprio il blu perchè finalmente il buon Sole aveva deciso di graziarmi accarezzandomi con il suo caldo tepore. Più mi spingevo a nord più la natura diventava rigogliosa, mentre l’orma lasciata dagli uomini era sempre meno profonda, le case e le auto si diradavano, al punto che passavano parecchi minuti prima d’incrociare qualcuno (in genere si trattava di camion).
I km si susseguirono abbastanza velocemente e mi fermai per un panino in uno dei tanti chioschettobenzinaiosupermercatinogiornalaiomeccanicocongabinetto (ho coniato un’altra nuova parola… forse mi assumeranno alla De Agostini). Placata la fame continuai a proseguire passai senza problemi Gavle e Sundsvall, attraversai un prodigioso ponte che ricordava in maniera impressionate il Golden Gate di S.Francisco, mi fermai a degustare un piatto tipico presso un ristorantino…. pizza Napoletana…… (non era neanche male) ed arrivai in serata ad Umea dove alloggiai presso l’hotel Scandic (sì sono un sentimentale tradizionalista).
Fu qui che mi successe una cosa inquietante: mi svegliai, regolarmente andai in bagno, feci la doccia guardai dalla finestra il cielo era limpido (un campanellino incominciò a suonarmi in testa), mi misi la tuta, preparai le borse (il campanellino divenne un campanellone), m’infilai casco, felappa (il campanellone divenne un orchestra sinfonica), goletta, guanti, aprii la porta della mia stanza, accesi il cellulare, lessi l’ora ……………… erano le 3.15 di mattina (l’orchestra sinfonica smise di suonare). C’era luce come alle 7.00 in Italia: solo a quel punto mi ricordai della piccola equazione più tu vai a nord, più il giorno s’allunga! In preda ad una piccola crisi depressiva mi svestii e da quel giorno puntai sempre la sveglia del mio cellulare dato che il mio orologio biologico aveva toppato clamorosamente.
Mi risvegliai regolarmente (nessun campanello suonò), controllai l’orario e con uno splendido sole all’orizzonte partii alla volta della terra dei mille laghi.
Superai senza fretta Pitea, Lulea, ed infine solcai il confine a Kemi.
Il paesaggio era totalmente cambiato: le grandi foreste avevano lasciato posto a un terreno paludoso tempestato di stagni e laghetti con isolette boscose all’interno, una grande umidità permeava l’aria rendendo il paesaggio quasi irreale, lente volute di nebbia s’innalzavano dalle superfici delle acque torbose mentre tutt’intorno rane e ranocchi gracchiavano felici.
In molte occasioni mi ritrovai ad osservare le acque scure e placide e di rcordando la trasparenza cristallina dei nostri laghi alpini… ebbi molto tempo per riflettere…
Viaggiai per qualche km e vicino a Tervola trovai un cartello che indicava un camping con bungalow e attrezzature varie compresa la possibilità di pescare… il nome era tutto un programma si chiamava The Wild Lapland (il lappone selvaggio).

The Wild Lapland
La freccia indicava una deviazione in una stradina secondaria: l’imboccai con sicurezza e allegramente mi ritrovai circondato da un enorme boscaglia, proseguii per qualche km e di colpo mi ritrovai su uno sterrato e dovetti ridurre drasticamente la velocità. Un silenzio innaturale mi circondava, decisi di proseguire per trovare questo campeggio, percorsi 5 km… nessuna traccia… 7 km manco l’ombra… alla fine quando ne avevo percorsi 12 e stavo per fare dietro front, finalmente un micro cartello con scritto Wild Lapland 2 km: ero nel cuore del nulla, ma proseguii e dopo cinque minuti finalmente arrivai.
Il campeggio si trovava adagiato sulle rive di uno splendido laghetto, in una radura con un praticello all’inglese. La struttura principale sovrastava una serie di bungalows più piccoli e una casetta adibita alla sauna, due barchette di legno adagiate sulla riva sabbiosa erano sormontate da un piccolo molo in legno: il silenzio circondava ogni cosa.
Fui accolto da un ragazzino biondo che giocava allegramente nel prato e entrai nella reception alla ricerca del gestore.
Il gestore era un uomo sulla quarantina, biondo, occhi azzurri, molto cordiale e di pochissime parole, a volte era inquietante perchè ti fissava e non diceva niente per parecchi minuti poi all’improvviso come un diesel che si scalda incominciava a chiacchierare e non si fermava più… chiesi se era possibile avere un bungalow per la notte, la risposta fu:
“certo, ma presumo che prima voglia vedere la stanza, nevvero?”
Accettai e fui condotto in una casetta, inserii la chiave, ormai mi aspettavo di vedere un tugurio orribile e invece la stanza che era confortevole e molto spaziosa (c’erano addirittura 8 posti letto) tutta rifinita in legno d’abete, con letti a castello, tv ed un bel bagno con acqua calda e doccia. Chiesi se era anche possibile mangiare e la seconda risposta fu più inquietante della prima:
“ Lei potrà mangiare quando cuoco arriva da sauna fra 40 minuti, nevvero?”
io risposi:
“ma certo”
quindi senza salutare ritornò alla reception.
Dopo 40 minuti mi recai nella reception che era adibita a ristorante, il gestore mi presentò il cuoco che altri non era che sua moglie, una lappone originaria della zona che vestita con un costume locale mi preparò due succulenti panini.
Mentre cenavo mi sorpresi ad osservare che l’interno dell’edificio era addobbato da manufatti lapponi: pelli di salmone, gambali di renna, zoccoli in legno e un simpatico troll porta bottiglie e sulle pareti erano disposti trofei di vari animali, tra cui renne, alci volpi ecc. e parecchie canne da pesca. Così cominciai una conversazione con il gestore sui vari tipi di pesce che erano presenti nel lago e chiacchierammo amabilmente quando improvvisamente vidi un’ospite del campeggio approdare con una barca al moletto dove cominciò a pescare. Uscii immediatamente e da buon pescatore mi avvicinai in silenzio ad osservare l’uomo che con una canna da spinning effettuava lunghi lanci vicino a un ciuffo di canne.
Nel giro di pochi istanti feci subito amicizia e quando gli dissi che anch’io ero pescatore mi ritrovai con una canna in mano ed un invito a seguirlo in un altro laghetto per una battuta serale di pesca alla trota.
Erano 23.30 ed eravamo a pescare trote con un luce che era paragonabile alle 18.00 in Italia, ero felicissimo ad ogni lancio speravo in una cattura quando improvvisamente Iahn, così si chiamava il pescatore, mi arrivò alle spalle come un ninja e facendomi chiappare un infarto mi disse:

“Lorenzo corri corri muoviti dobbiamo muoverci dobbiamo andare presto”
Fui preso dal panico non mi spiegavo tutta quella fretta pensai a qualche guardia forestale in arrivo, oppure ad un orso in rotta di collisione con noi, cominciai a correre insieme ad Ihan, e dopo qualche minuto osai chiedere:
“Ma che succede?”
lui tranquillamente rispose:
“La sauna, dobbiamo fare la sauna”
Per la cronaca la sauna la feci anche mentre correvo a perdifiato… avrò espulso almeno 26 lt di sudore.

Comunque alle 00.15 ci ritrovammo completamente nudi all’interno della classica sauna finlandese da 95 gradi… dibattemmo su temi più svariati e venni a sapere che Ihan era un ex campione di hockey ed era stato per 5 anni il miglior giocatore della lega finlandese. Inoltre il gestore mi raccontò dell’usanza della sauna che in Lapponia era utilizzata con luogo d’incontro dove chiacchierare con amici e dove poter dimenticare almeno per un po’ la rigidità dell’inverno Finlandese: prima erano gli uomini ad entrare, poi le donne. Continuammo così per alcuni minuti, poi il gestore ci invitò ad uscire e a seguirlo: uscimmo nudi nel cuore della notte vidi Ihan ed il gestore correre verso il pontiletto e un mega campanello cominciò a suonare… e quando si tuffarono nel lago io m’inchiodai sul moletto. Il gestore spuntò dalle scure acque come un mostro marino e con un tono di voce alla Shining nonchè con uno sguardo alla Nicolson mi disse:
“ora tu entri, nevvero?”
In un istante mi ritrovai nel gelido abbraccio delle acque volevo uscire immediatamente, ma il gestore mi disse :
“ora tu stai qui 2 minuti poi torni in sauna a bere”
Rimasi i due minuti in acqua, dopo di che completamente gelato tornai nella fumante sauna dove Ihan e il gestore mi aspettavano per ber una fresca birra.
Restammo a chiacchierare per una buona ora poi ci salutammo e ci demmo appuntamento per fare colazione. Fu la più bella sauna della mia vita.

Puntuale mi ritrovai la mattina al tavolo con Iahn a fare colazione a base di pesce uova e spremuta. Poi salutai tutti (la cuoca era già impegnata a pesare casse ricolme di mirtilli comprate da altri lapponi), recuperai il mio Pegaso e ritornai verso l’autostrada non prima d’aver promesso a me stesso che sarei ritornato in quel meraviglioso, isolato campeggio.

Alle 8.45 ero in viaggio. Percorsi sotto un cielo un nuvoloso parecchi km, passai Rovaniemi e la temperatura cominciava a diminuire in pieno rispetto del fatto che di lì a poco avrei superato il circolo polare artico: dopo appena pochi minuti mi ritrovai a Napapiri che segna il confine con il perenne freddo ed ospita la casa di Babbo Natale, che prontamente visitai!
Mi fermai a mangiare pesce affumicato (mica male!) presso un chioschetto. Il paesaggio intorno a me era di nuovo cambiato: ovunque incontravi laghetti, così come i segnali d’attenzione “pericolo renne”… già, le renne…

Le renne finlandesi
Quando pensi a Babbo Natale con la sua slitta carica di doni che volteggia al loro seguito, ti immagini che abbiano dei nomi come Breeze, Stella, Raggio di Luna ecc. e che siano dolcissime: in realtà sono come demoni irrequieti scaturiti dalle più profonde foreste e rimangono sempre un pericolo mortale per noi motociclisti. Le care bestiole oltre ad avere una tecnica di mimetismo da far impallidire il più bravo Marine rendendosi quasi invisibili nel chiaroscuro della foresta, hanno il brutto di vizio di posizionarsi a lato della strada a pascolare per poi improvvisamente attraversare quando un povero disgraziato motociclista come me decide di passare. Il motociclista inchioda prontamente il mezzo sull’asfalto umidiccio e comincia a sbandare avvicinandosi pericolosamente al fosso. Una volta fermatosi e ripresosi dal principio d’infarto, il nostro eroe, dopo aver tentato di strangolare a mani nude l’essere ungulato, che come se niente fosse è rimasto fermo ad osservare la scena, decide di ripartire ed appena ha ingranato la seconda, ecco il resto del malefico branco che attraversa la strada rischiando di travolgere con il suo impeto il povero ragazzo che a questo punto vorrebbe avere in mano un fucile da caccia o meglio un piccolo lanciarazzi.

P.s. ogni riferimento a persone o a luoghi e animali non è puramente casuale.

Per tutti gli altri km a seguire adottai una tecnica anti renna: in pratica ogni tanto facevo scoppiettare come un fucile le marmitte della mia moto in modo da spaventare per tempo i terribili animali.
A sera inoltrata mi ritrovai sulle rive del lago Inari: semplicemente spettacolare!
Un lago di grandi dimensioni che forma fiordi e rientranze lungo tutto il suo perimetro e che ospita un numero impressionante di isolette boscose… in pratica un paesaggio da favola.
Passai la notte in un campeggio vicino a Kaamanen dove gustai (vendetta tremenda vendetta!) la renna bollita, affumicata e in zuppa.
Era venerdì 17, decisi di partire di buon ora per essere finalmente alla meta intorno alle 10.00… mai previsione fu più sbagliata…

Viaggiai sotto un diluvio fino a Karigasniemi: ero fradicio, faceva troppo freddo, avevo le mani intirizzite… mi fermai in un bar a cercare un po’ di tepore.
D’improvviso la depressione più nera prese il sopravvento: la stanchezza accumulata nei gironi precedenti saltò fuori, mi sentivo come Atlante con il peso del mondo sulle spalle, ero demoralizzato, avrei voluto tornare indietro… ero a poco meno di 100 km e volevo rinunciare…
A questo punto il mio orgoglio entrò in azione riproponendomi nella mente un turbinio d’immagini che passavano dai volti degli amici bidonari che ridevano, alle facce di tutte quelle persone che credevano che non ce l’avrei mai potuta fare, la reazione che ottenni fu sconvolgente: l’energia ricomiciò a scorrermi dentro… sarei arrivato… ce l’avrei fatta.
Stavo rivestendomi quando improvvisamente spuntò dal nulla un gruppo di motociclisti genovesi che entrarono nel bar e così ci mettemmo a chiacchierare. Mi chiesero se volevo seguirli fino a Capo nord e accettai di buon grado in fondo la strada che dovevo fare era nella stessa direzione.
Così rimontai in sella e m’apprestai ad affrontare quello che in seguito rinominai l’altopiano della morte.

L’altopiano della morte
Ripresa la strada mi trovai di nuovo sotto l’acqua, fradicio, non potete capire il freddo era terribile, avevo le mani congelate, nelle discese cercavo il tepore appoggiandole sulla testa motore, stavo malissimo, le raffiche di vento sferzavano continuamente me e la mia moto, mi sembrava d’essere una marionetta nelle mani di un terribile burattinaio… venivo sbattuto incessantemente, più di una volta ebbi paura di cadere, l’acqua gelida aveva infranto anche il confine della golotta, e gocciolava all’interno del collo. Continuavo a ripetermi “Terminerà terminerà terminerà terminerà”, mi sentivo folle ad aver affrontato quel viaggio, volevo solo calore, sì calore, mi pareva una cosa irreale desideravo calore. Il paesaggio sull’altopiano era deprimente, ero circondato dal niente, solo erba bruciata dei gelidi venti. Pareti di roccia scoscese si protendevano come dita diafane di una mano che parevano voler graffiare il cielo e si alternavano a singoli spuntoni di roccia che assomigliavano a temibili denti di qualche scheletro di mostro ormai dimenticato.
Freddo sempre freddo, in queste condizioni percorsi circa cinquanta km, non ricordo in quanto tempo, ma mi parve un eternità… ciò nonostante ne mancavano altrettanti alla meta e il freddo aumentava.
Discesi dall’altopiano e m’infilai nel tunnel sottomarino che mi avrebbe portato a Mageroya, l’isola di Nordkapp.

Quell’imboccatura scura prometteva una tregua dall’incessante pioggia e gelo, niente di più falso: appena entrato nel buissimo tunnel la temperatura s’abbassò ulteriormente, gelo sempre più gelo… le mie mani ora erano insensibili ed il freddo aveva raggiunto gli avambracci, non mi vergogno a dire che piansi dalla frustrazione, non ce la facevo più volevo solo trovare un luogo caldo.
Il ricordo della sauna al Wild Lapland mi martellava la mente.
Ero esausto la galleria scavata nella nuda roccia improvvisamente mi riportò alla base delle scogliere di Mageroya.
Il freddo vento artico urlava la sua rabbia intorno a me, frangendosi contro le scure pareti della scogliera, il mare era grigio terribile maestoso, l’acqua spumeggiava spinta dal vento, le onde cingevano la costa con forza travolgente… in quel momento il mio pensiero andò agli sfortunati marinai del Kursk che proprio in quelle acque persero la vita quando il loro sommergibile sprofondò in silenzio sui freddi fondali sabbiosi.
Costeggiai le scogliere lasciandomi alle spalle Honningsvag il più grande paese dell’isola, incominciai a salire su un altro altopiano… la nebbia apparve all’improvviso.
Mi ritrovai cieco non riuscivo a vedere niente solo pochi metri davanti a me. Continuavo a salire, freddo, gelo, nebbia vento … salire … salire … non ce la faccio… freddo… paura… casa… Mari… salire… riserva… cartello … ci sono… cartello… Nordkapp……………… ce l’ho fatta…

NordKapp
Era arrivato. Finalmente avevo toccato i 71° 10’ 21’’. Passai oltre il Nordkapphallen e andai direttamente verso il monumento che in tutto il mondo identifica Capo Nord, il vento era terribile, stavo veramente male, quasi non esultai neanche, scesi dalla moto appiccicai gli adesivi sulla colonna feci un breve filmato, quindi entrai nel Nordkapphallen dove finalmente potei riscaldarmi un pochino. Acquistai dei souvenir, cartoline e dopo neanche 20 minuti rimontai in sella alla ricerca di un posto dove dormire: erano le 20.00 ed avevo percorso 100 km in più di 5 ore, 100 km che ricorderò per tutta la vita.
Scesi con i genovesi, ci fermammo ad un camping con bungalow ma era chiuso, così la nostra attenzione si spostò verso un alberghetto. Appena arrivati entrammo io e il capo spedizione dei genovesi un certo Filippo, ma appena seppero il prezzo delle stanze loro decisero di provare ad un campeggio più a sud io invece decisi di restare, salutai la comitiva ed entrai nell’alberghetto.
Pagai in contanti la stanza e subito mi tolsi gli abiti bagnati… c’era un solo piccolo inconveniente: il riscaldamento nella mia stanza non funzionava. Ebbi però un’idea geniale: dalla reception mi feci dare un micro phon con cui cominciai senza esito l’opera d’asciugamento totale dei vestiti.
Poi decisi di andare nella hall a conoscere gli altri italiani presenti nell’hotel.
Cominciai a chiacchierare con una coppia sposata che era venuta a Nordkapp in auto e mentre raccontavo le mie avventure di viaggio tra le risate generali fecero capolino dalle poltrone un toscano e una coppia di Varese che in seguito anche se ancora non lo sapevo avrebbero condiviso con me il ritorno verso casa.
Erano Filippo e Sarah (con l’h).

Filippo e Sarah
Che vi posso di questa fantastica coppia? Sono persone meravigliose, sono il genere di persona che vorresti avere come amici, spontanei, allegri, simpatici, generosi, temerari… venire a Caponord con un Cbr 900 stracarico non è mica da tutti, inoltre molto pazienti, infatti sopportarmi non è mica facile, sapete! Comunque sono veramente felice d’aver conosciuto e d’aver mantenuto i contatti con questi ragazzi che dopo appena poche ore consideravo come fratello e sorella.
Grazie Fil, grazie Sarah… e un bacio al Billy…

P.s. La carta di credito ?????? la felappa??????.

Ma andiamo con ordine: passai la serata a raccontare, asciugare, o meglio tentare d’asciugare le mie cose poi la stanchezza prese il sopravvento e mi ritrovai coperto da una miriade di piumini, in una stanza gelata senza riscaldamento.
La mattina successiva pioveva ancora, ma per lo meno sembrava che il vento avesse sbollito la sua rabbia. Feci una troll colazione, preparai le mie umide cose e m’accinsi a partire, nel cortiletto dell’albergo Fil e Sarah erano intenti a caricare il Cbr: gli chiesi che programma avevano e mi dissero che volevano ritornare al cartello di Nordkapp invitandomi a seguirli. Declinai subito l’offerta e invano cercai di far loro cambiare idea… le provai tutte, dissi anche che la scogliera era crollata, che un esercito di troll era in marcia verso di loro… niente da fare: furono irremovibili, così li salutai, pronto a scappare da quel luogo gelato, e proprio mentre me ne stavo andando colsi lo sguardo di Fil e dall’espressione capii che in realtà anche lui avrebbe voluto scendere subito.
Arrivai fino al paese sottostante dove mi fermai a rabboccare e proprio quando finii di pagare a sorpresa riapparvero Sarah e Fil che mi dissero che avevano rinunciato per le avverse condizioni meteo (ma io credo che in realtà avessero visto l’esercito di troll) ci risalutammo e loro partirono mentre io cercavo la posta per spedire delle cartoline.
Così ripercorsi a ritroso la strada sotto una battente pioggia, salutai il mare, ripassai nel freezer tunnel, e mi ritrovai sull’altopiano della morte.

Altopiano della Morte il ritorno
Che posso dire dell’altopiano :
A ngusto
L unghissimo
T erribile
O rribile
P azzesco
I nimmaginabile
A ssolutamente
N on
O spitale

E questo è quanto .

Sotto un pioggia sferzante passai senza fermarmi Russenes, Skaidi, Ovre, Alta., entrando così nella zona dei fiordi, lunghe lingue di mare che entrano nella terra scavando paesaggi magnifici nelle rocce scoscese delle scogliere norvegesi. Era un panorama stupendo che sicuramente avrei apprezzato di più se non fossi stato costretto a vederlo sotto una visiera bagnata e con le mani e le braccia completamente a mollo.
Ormai ero deciso a continuare ad andare più a sud possibile, ma mentre mi avvicinavo a Tarvik costeggiando l’Altafijorden canticchiando tra me e me le canzoni dei cartoni animati, un baluginare negli specchietti attirò la mia attenzione.
Una non ben identificata motocicletta abbagliava in continuazione nella mia direzione, pensai: “Ma che vuole questo?”, incuriosito rallentai l’andatura e sorpresa delle sorprese!!! fui raggiunto da Fil e Sarah che avevo superato ad Alta mentre loro erano a mangiare.
Da quel momento il destino aveva deciso di farci viaggiare insieme.

L’incontro dei tre
Decidemmo di fermarci insieme a dormire in hotel: eravamo stanchi ed affamati e avevamo percorso un bel po’ di strada.
Al primo albergo mettemmo la freccia ed entrammo, ma era chiuso, o meglio c’era una festa privata ed il gestore ci disse che non aveva stanze.
Scherzosamente Sarah incomiciò a dire che ero io a portare sfiga, proseguimmo ancora per parecchi km ed alla fine trovammo un Hotel nightclub discoteca a Oteren dove arrivammo intorno alle 21.00.
Parcheggiammo le moto nascoste dietro l’albergo, il trasbordo dei bagagli fu allucinante sembravamo 3 robot e come volevasi dimostrare le nostre stanze si trovavano in cima ad una ripidissima scalinata.
Comunque almeno qui il riscaldamento funzionava. Intorno alle 21.15 ci ritrovammo alla reception ove apprendemmo la notizia che il ristorante era chiuso… credo che in quel momento Sarah pensò veramente io portassi un po’ sfiga… cademmo in una depressione totale, al punto che un cameriera mossa a compassione ci preparo’ lo stesso qualcosa da mangiare, patate fritte, una non meglio identificata bistecca, insalata e birra.
Restammo a chiacchierare del più e del meno, mentre il locale si riempiva di gente che andava verso la disco. Alle 22.30 decidemmo d’andare a dormire facendo comunque una puntatina alla slot machine dell’hotel.
Alle 2.30 fui svegliato di soprassalto dal frenetico urlare di una sirena, ero convinto che fosse scoppiato un incendio: mi stavo precipitando verso l’uscita d’emergenza, quando scorsi dalle finestre il lampeggio di una pattuglia della polizia e due poliziotti che attraverso un megafono puntato verso l’ingresso della discoteca (che guarda a caso era sotto la mia stanza) urlavano qualcosa all’interno.
Il tutto durò per un oretta e mezza a questo punto mi cominciai a credere che un po’ di sfiga la portavo davvero.
Ci Svegliammo al mattino alle 8.00 (sempre pioggia), facemmo colazione, raccontai dell’evento notturno e Sarah che non aveva sentito niente, mi guardò come se mi fossi immaginato tutto, al contrario Filippo aveva sentito qualcosa. Nel caricare la moto Fil si accorse che mancava un bullone al portapacchi ed io da bravo meccanico suggerii un rattoppo casereccio con il mio filo di ferro.
Ci mettemmo in marcia: l’idea di Sarah e Fil era d’andare alle Isole Lofoten mentre io avrei proseguito fino a Trondheim.

Più volte supplicai gli Dei scandinavi di far smettere di piovere, ma niente da fare. La pioggia ci accompagnò fino a Narvik, punto in cui avremmo dovuto dividerci.
Erano circa le 14.30 quando entrammo a Narvik, cercammo un posticino dove sgranocchiare qualcosa, e così entrammo nel mitico Arildis Grill, una specie di Mc Donald’s dove si potevano ordinare panini e carne alla griglia.
Mentre eravamo all’interno Fil e Sarah ebbero un discussione in quanto Sarah voleva vedere le Lofoten, mentre Fil di andare sotto la pioggia su delle isole che probabilmente paesaggisticamente erano uguali alla costa non ne voleva sapere… il dibattito si protrasse fino a quando entrambi mi guardarono per chiedermi un parere.
Mi sentivo il cosiddetto Ago della bilancia… alla fine diedi ragione a Fil. Mi dispiaceva per Sarah ma le condizioni meteo non promettevano nulla di buono.
Da quel momento per una buona mezza giornata la solarità di Sarah fu adombrata da quella decisione che non approvava.
Decidemmo quindi che saremmo tornati in Italia insieme: ero contento e al tempo stesso triste per Sarah.
Attraversando un paesaggio meraviglioso, ponti magnifici, fiordi da cartolina, raggiungemmo Skarberget ove prendemmo il traghetto per Bognes.
Eravamo sul ponte del traghetto quando improvvisamente il sole decise di squarciare le nubi e di splendere magnificamente sul trio d’eroi in modo così forte e radioso da sciogliere il nuvolone che ormai da parecchie ora adombrava il viso di Sarah.
Era bellissimo eravamo felici, come dei bimbi cui viene regalato un nuovo giocattolo.
Scesi che fummo dal traghetto, da bravo Mc Giver della situazione riparai, grazie all’aiuto del mio mitico coltellino svizzero (tra le 52 funzioni c’era pure micro cacciavite), gli occhiali di Fil ai quali si era svitata una piccola vite.
Percorremmo parecchi km ed in tarda serata arrivammo a Fauske dove, mentre scaricava la moto, Fil ebbe un piccolissimo incidente: scivolata dall’appoggio del cavalletto la moto cadde per terra e solo la forza e la prontezza di riflessi di Fil limitarono i danni causando solo la piegatura della leva del freno.
Passai una buonissima nottata nella stanza ebbi pure l’opportunità d’asciugare completamente tutta la mia attrezzatura grazie a una potentissima stufetta da muro.
Ci svegliammo la mattina con un radiosissimo sole che ci salutò da un cielo limpido.
Continuammo a costeggiare i fiordi della Norvegia che sotto il sole splendente erano davvero spettacolari. La temperatura era ottima al punto che mi venne voglia di fare il bagno nell’artico oceano!
Macinavamo km e km sotto le nostre ruote lungo le tortuose strade e ad un certo punto ci la strada lasciò la costa e ci portò verso l’interno: il paesaggio cambiò drasticamente mi pareva d’essere in Svizzera, mancavano solo le mucche che erano sostituite dalle renne.
Montagne rocciose erano incoronate da nevai perenni, il cielo era limpido le grandi pinete facevano da contorno ad un paesaggio da favola con laghetti e torrenti.
Ci fermammo presso una stazioncinacampeggioparcogiochiristoranteselfservicesupermercatinocontuttiitettiricopertidaerba,
(dopo questo conio posso lavorare tranquillamente al ministero della pubblica istruzione) dove io e Sarah comprammo nell’ordine i seguenti gadget: Adesivi per la moto (divennero la mia passione a fine viaggio ne avevo appiccicati 14 diversi)
Trolls di gomma (simpatici ricordi della Norvegia), Mitico Elmetto vichingo (che prontamente appiccicai al bauletto posteriore), Tubetto portatile di bacon spalmabile (non si sa mai quando la fame attacca e soprattutto in che luogo).

Fatto il pieno partimmo e percorremmo parecchi km immersi nel verde quando all’improvviso ci ritrovammo su un altro altopiano.
Ricordi dell’Altopiano della morte si fiondarono nella mia mente, avevo una paura pazzesca che anche fosse terribile come il precedente, ma mi sbagliavo perchè, a parte le forti raffiche di vento, l’altopiano era piacevole.
Durante l’attraversamento ci ritrovammo a solcare di nuovo il circolo polare artico, facemmo una rapida visita alla struttura ed ai monumenti (uno d’origine Sovietica e l’altro norvegese con gli stemmi di tutte le casate vichinghe), posammo dei sassolini a testimonianza del nostro passaggio e dopo le foto rituali continuammo la nostra discesa verso Goteborg.
La sera ci colse di sorpresa (l’equazione più a nord vai più luce c’è era invertita) e ci ritrovammo a guidare in una stretta strada con il sole che aveva già deciso di coricarsi. Eravamo preceduti da un camion bianco che, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscimmo mai a superare, anzi in poco meno di un quarto d’ora ci seminò.
Calò la notte, entrai in riserva e ci trovavamo in mezzo al nulla di nuovo, riuscimmo a trovare un benzinaio con ristorante dove ci rimpinzammo.
Durante la cena Fil mi disse :
“Sarah vorrebbe fare una deviazione a Roros”
io risposi:
“che è Roros? o meglio quanti km?”
Fil:
“un po’, ma se dico di no a Sarah anche a Roros dopo il flop alle Lofoten mi ammazza”
Io:
“Hai voluto sposarti eheheheh? ma che e’ Roros?”
Fil:
“Un paese dove sorgeva una miniera abbandonata”
Io:
“Ah bene, d’accordo, vada per Roros”

Ci rimettemmo in marcia verso le 22.15: eravamo stanchi e Fil odiava guidare nel buio, anche Sarah voleva fermarsi così proseguimmo fino a Grong dove alloggiammo presso il Grong Hotel.

Grong hotel
Sorvegliato da una grande statua di troll, il Grong hotel per gli amanti della pesca al salmone è come la mecca per i mussulmani, tutto all’interno è come un museo: su ogni parete sono affisse foto d’ogni epoca trattanti la pesca del salmone, (ne contai 154), la hall e’ tempestata di canne da pesca e artificiali, mentre nell’ingresso albi e giornali specializzati in pesca, attirano lo sguardo.
Inoltre vi vengono giornalmente organizzate battute di pesca nei vicini fiumi.

Da buon pescatore ero al settimo cielo ma la mia felicità terminò intorno alle 23.45 quando sceso per prendere una bibita al bar della reception davanti alla signorina, fui colto da dolori tipo parto, con spasmi muscolare nella zona intestinale, in pratica m’aveva preso il “cagotto tremens”, il resto della notte lo passai sul water, fu un’esperienza traumatica.
La mattina Sarah e Fil mi guardarono e intuendo qualcosa dalle mie occhiaie, mi chiesero: “Lorenzo ma non stai bene?” confidai il mio segreto e Sarah da buona infermiera mi fornì subito una medicina adeguata.

Fatte le foto sotto il troll gigante partimmo alla volta di Roros. Piovigginava, ma poco dopo il sole riapparve brillante a salutare i nostri eroi che come bravi cow boys & girl in sella ai loro cavalli meccanici macinavano strada alla volta di Roros (il più Western village della Norvegia).

Ballata di Roros
Lungo la strada tortuosa lo sai
I nostri eroi non si stancano mai

Fra boschi, su ponti e grandi cascate
Proseguono veloci su strade assolate

Costeggiano il fiume e la ferrovia
Proseguono sempre sulla retta via

Il sole tramonta la sera è arrivata
Quando di Roros vedon l’entrata

Pochi minuti sono passati
Che già nel saloon si sono fiondati

Sarah e Lorenzo insieme a Filippo
Son giunti a Roros senza un inghippo.

Con grande piacere scoprimmo che nell’albergo c’era la piscina, così nel giro di dieci minuti ci trovammo nell’acqua a sguazzare come pesciolini.
Finito il bagnetto decidemmo di cenare in città: erano le 22.30 quando entrammo in una pizzeria (l’unico locale disposto a darci da mangiare a quell’ora).
Camminando nella cittadina e visitando la miniera ci sembrò d’essere in un film di Sergio Leone.

Il giorno seguente cercammo di visitare inutilmente la miniera che purtroppo era chiusa e poi facemmo un po’ di shopping:
2 pelli di renna
2 ciabatte di renna
2 rennine molletta
1 mitico adesivo
1 scatola di caramelle alla menta extraforti.

A questo punto salutammo Roros per effettuare una tappa di trasferimento, arrivammo in serata vicini a Oslo cenammo presso un McDonalds dove fummo letteralmente presi d’assalto da un gruppo di ragazzine norvegesi, e dopo uno scherzetto che Fil e Sarah mi fecero (credevo che fossero partiti senza di me mentre ero in bagno, c’ero rimasto malissimo!), ripartimmo e passammo la notte presso un motel della catena By the way.

Il giorno successivo altra tappa fino a Goteborg per prendere il traghetto che ci avrebbe portato in Europa.

Arrivammo all’attracco della Stena Lines intorno a mezzogiorno dove la nave sarebbe arrivata verso le 15.30. Parcheggiate le moto ci guardammo in giro per vedere se c’era un posticino dove mangiare qualcosina, ma l’unico baracchino presente era totalmente chiuso.
La fame come la noia aumentava a dismisura al punto che quanto intravidi negli occhi di Filippo lampi di cannibalismo e notai che Sarah cercava d’addentarmi, estrassi prontamente dal mio bauletto le riserve d’emergenza, così grazie a due Bounty giganti e un Kinder bueno riuscii a placare i due coniugi fino all’apertura del chioschetto che fu preso d’assalto e raziato completamente.
Passamo il resto del tempo a giocare a carte fino all’ora di imbarco.
Bloccate le moto con i tireups, passammo il resto della navigazione sul ponte bar mangiando, dormendo e facendo un paio di giretti nel duty free.
Allo sbarco che puntualmente avvenne alle 18.30 decidemmo di visitare la cittadina Danese di Skagen.

Skagen
Appena entrato nei suoi confini cittadinici assalì una sottile puzza di pesce marcio dovuta alla fabbrica di aringhe. Percorremmo le vie cittadine alla volta dell’antico faro, ma mentre proseguivamo Fil fu punto sulla tempia da una vespa e fu colto da un dolore lancinante. Con la preoccupatissima Sarah vicino che gli faceva coraggio, io armato di coltellino, benzina e disinfettante provvidi alle cure di Fil non ebbe nessun shock allergico.
Arrivammo all’antico faro, una bella costruzione che richiamava alla mente le vecchie storie di mare e poco più a nord la spiaggia era punteggiata da bunker della seconda guerra mondiale.
Fatte le foto e filmini di rito tornammo in centro a cercare l’Hotel.
Passammo parecchi alberghi ed alla fine riuscimmo ad alloggiare presso l’Hotel Skagen che io prontamente rinominai Hotel Everest.

Hotel Skagen detto Everest
Decisi di appiopare questo nome perchè per arrivare alla mia stanza, che era ancora più piccola della microstanza di Stoccolma, dovevo letteralmente arrampicarmi su di una scala cosi ripida e stretta da ricordare pienamente quelle utilizzate nelle vie ferrate alpine.
Scaricati i bagagli (un’impresa titanica) e ridisceso finalmente al campo base ehm… alla reception, decidemmo di fare una cenetta a base di pesce così camminammo per le vie alla ricerca di un ristorantino, ma quello tche rovammo fu una speciale sorpresa.

I ristoranti interni di Skagen erano quasi tutti d’origine italiana:
Pizzeria Milano, Pizzeria da Antonio, Ristorante bolognese, Pizzeria Italia e la trattoria Toscana dove cenammo a base di pesce, pasta e Zuppa e chiacchierammo con il gestore.

Nonostante la rottura della chiave del bauletto di Fil, lasciammo Skagen di buon ora: ero riuscito a convincere i due amici a fare una deviazione ad Arhus per passare una giornata di relax e per portarli a cena al Seafood.

Ma Lorenzo ancora non sapeva che in quel di Arhus si sarebbe consumata un’altra avventura modello Indiana Jones ovvero alla ricerca della chiave perduta.

Alla ricerca della chiave perduta.
Arrivammo ad Arhus verso le 14.00 e dopo qualche peregrinazione (sbagliai la strada 4 volte), finalmente ritrovai il mitico hotel Scandic Plaza. Depositati i bagagli e fatta una doccia, alle 16.30 partimmo alla ricerca di una ferramenta che trovammo in centro su indicazione del receptionist. Purtroppo l’addetto era in pausa fino alle 18.00 così decidemmo d’aspettare seduti in un bar da cui, da buon maniaco, osservai tutte le danesi che passavano, compresa un banda musicale composta da 35 ragazze, ero veramente allupato avevo la bava alla bocca!
Finalmente alle 18 entrammo nel negozio, ma l’omino dietro al bancone ci disse che quel tipo di chiave non poteva venire fatta: l’urlo disumano di Fil risuonò per Arhus come il tuono nel deserto, lo sconforto ci aveva preso fu allora che l’omino ci diede un indirizzo presso il quale probabilmente avremmo trovato la chiave perduta, un bagliore di speranza apparse negli occhi di Fil, ma si spense subito quando gli venne detto che il negozio chiudeva alle 18.30 ed era all’altro capo della città.
I nostri eroi tentarono il tutto per tutto.

Corremmo a perdifiato per le vie di Arhus, sembravamo dei maratoneti, alle 18.15 giungemmo presso un parcheggio taxi e sotto minaccia di tremende torture imponemmo al tremante autista di condurci alla meta in meno di 14 minuti.
Sarà stato lo sguardo omicida di Sarah, mescolato alle imprecazioni di Fil e ai profondi ringhi che io emettevo… sta di fatto che l’autista da bravo pilota arrivò a destinazione alle 18.25.
Attesi in macchina il rientro dei due eroi mentre il taxista cercava d’ammansirmi lanciandomi pezzi di carne cruda.
Dopo cinque minuti Fil e Sarah trionfalmente rientrarono con l’agonata chiave.
Tornammo in hotel e provammo a riaprire i bauletti e dopo aver limato per bene la chiave con il mio mitico coltellino la serratura si arrese.
Per festeggiare portai gli amici a cena al SeaFood.

SeaFood il ritorno
L’unica cosa che posso dire e che fu una serata strepitosa, con cibo strepitoso, vino strepitoso e tanta tanta tanta allegria. Consiglio a tutti di provare il SeaFood.

La mattina successiva partimmo alla volta delle veloci autostrade tedesche, per ben due volte sbagliai strada, la temperatura salì drasticamente al punto che ad un certo punto fummo tutti e tre colti dal cosidetto “Skittone del motociclista”.

Nota medica:
Lo Skittone del motociclista

Questa malattia colpisce prevalentemente i motociclisti, si manifesta con sudori, scalmane, dolori addominali tipo parto, crampi intestinali, che portano il motociclista che ne è colpito a cercare sollievo nell’evacuazione intestinale, che deve effettuare ogni 5 minuti o meglio ad ogni stazione di servizio.

Alla sera infine, dopo una zuppa per me, del riso in bianco per Fil e pollo per Sarah, passammo la notte presso quello che ritengo il più carino hotel della Baviera: L’Hotel Linden

Hotel Linden
Gestito da un cordialissimo signore questo alberghetto è proprio un bijou.
Stanze ampie, bagni splendidi, prezzi ottimi e soprattutto birra squisita.
Consiglio vivamente a chiunque passi dalla zona di Knullwald Remsfeld di fermarsi a soggiornare per questo bellissimo albergo immerso nelle foreste bavaresi.

La mattina successiva salutammo il gestore e due signori olandesi con cui avevamo passato la sera a chiacchierare e bere birra e c’incamminammo verso casa.

Nei km successivi fui colto da sentimenti contrastanti: da una parte ero felice di ritornare a casa e riabbracciare i miei, dall’altra ero triste e sconsolato perchè di lì a poco avrei dovuto salutare gli amici con cui avevo condiviso in così pochi giorni tante avventure.

Pranzammo presso il Movenpick svizzero… ero veramente triste… ed in un baleno solcammo il S.Bernardino.
Infine il triste momento arrivò, ci fermammo presso una stazione di benzina vicino a Bellinzona, scendemmo e ……………… mi spiace ma il resto è privato!

Presi la deviazione che mi avrebbe portato a Locarno ed in seguito in Val d’Ossola dove i miei genitori mi attendevano, passai le Cento Valli… ero di nuovo da solo e spesso guardavo nello specchietto perchè mi sembrava di vedere ancora il Cbr di Fil e Sarah… mi mancavano tremendamente.

Arrivai alla meta che erano le 21.30: fui accolto come un eroe dai miei parenti e solo in quel momento capii cosa ero riuscito a fare, solo in quel momento tutto mi fu chiaro, solo in quel momento riuscii veramente a esultare.
Ce l’avevo fatta.

Conclusione
Perché Capo Nord in moto ?

Alla ricerca della solitudine ecco… sinceramente ero stanco, volevo liberare la mia mente e per un breve periodo essere lontano da tutto ciò che mi ha circondato per tanti anni nella mia, lontano dal sistema, lontano dal rumore, e un po’ lontano anche dalla gente che quotidianamente incontro e con cui ho sempre a che fare.
Ho voluto mettermi in gioco, almeno per una volta riuscire completamente a cavarmela da solo, so che molte persone ritenevano questo viaggio un’assurdità, ma forse era anche di quello di cui avevo bisogno, assurdità.
Il desiderio di questo viaggio o per meglio dire di questo genere di viaggio, naccque una sera di tanto tempo fa, quando scesi da una macchina e di notte per un minuto mi sedetti sulle sabbie del deserto e ascoltai il silenzio.
Ringrazio il buon Dio d’avermi permesso di tornare sano salvo dai miei genitori a cui debbo tutto, d’avermi arrichito con esperienze bellissime e terribili, e d’avermi fatto incontrare le due persone più stupefacentemente magnifiche del mondo Fil e Sarah.

Ora nella speranza che il mio diario di viaggio vi sia piaciuto, vi saluto e vi rimando alla prossima avventura motociclistica, che portera’ il nostro eroe ad effettuare il Viaggio Totale 2 ovvero la mitica traversata
New York - S. Francisco 2002.

P.S. Chiunque avesse intenzione di ripercorrere il mio viaggio, o volesse aggregarsi al successivo o semplicemente volesse dei consigli in merito può contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica:
rippaluba@infinito.it.
Lampeggi!
Lorenzo